ALCUNI PUNTI FERMI

 

Forse sarà banale o sintomo di un’ insistenza, ma credo che a questo punto della mia storia sia necessario riconfermare i pochi punti fermi intorno ai quali ruota il mio provare a stare nel movimento del teatreducazione. Sono elencati in ordine sparso.

 

Nota: uso i termini attore, regista, laboratorio etc…nella provvisorietà del loro significato nel contesto del teatreducazione. Vale per questo testo che per gli altri.

 

  • Nel teatreducazione non si dimentica ciò che si sa già fare, chi si è già. Non si cerca una cosa totalmente altra da noi, una nuova tecnica, una nuova visione delle cose. Nel teatreducazione si fa una verifica: si mettono a posto gli indumenti nell’armadio, si buttano quelli vecchi, si conservano per bene quelli ancora nuovi, si prova ad aggiustare quelli che possono durare ancora qualche anno. Questa messa in opera è possibile solo nel confronto con la Comunità; nell’operazione continua di un fare che vada di pari passo con un pensare attivo, pragmatico, non ideologico. Questo è possibile nel distacco con l’esperienza del laboratorio teatrale che non sempre permette una presa di coscienza immediata, radicata nel presente; anche perché nel laboratorio si pone l’urgenza di osservare altro -  gli altri, presi nella loro unicità e nella relazione complessa col gruppo.
  • Nel laboratorio teatrale l’essere lì deve realizzare uno sdoppiarsi assolutamente cosciente e logico tra io che vengo percepito dal gruppo, e io che percepisce se stesso mentre lavora. Si deve attuare una metacognizione sul campo che permetta di capire quali siano le aspettative del gruppo rispetto a me; quali siano le tattiche mie di seduzione o sopravvivenza rispetto al gruppo.
  • Questa metacognizione va scritta, non necessariamente nel senso di fermata sulla carta, ma metabolizzata e allontanata per permettere un passaggio da esperienza contingente a esperienza condivisibile, confrontabile, forse universale.
  • Nel laboratorio teatrale tutti, e dico tutti, facciamo i conti con i nostri sogni non realizzati, con il nostro desiderio di essere compiaciuti, o amati, o desiderati. Non ammettere questo  vuol dire prendersi in giro. Il nostro compito non consiste nel reprimere un naturale istinto di sopravvivenza rispetto agli altri, ma nell’essere capaci di un distacco, di un contenimento e, nel migliore dei casi, di una sublimazione della nostre pulsioni più profonde.
  • Avrei detto fino all’altro ieri che il teatro non è terapeutico. Ora azzerderei l’esatto contrario. Il teatro è terapeutico perché le persone hanno bisogno di una medicina per l’angoscia della malattia della modernità. Chi fa teatro, oggi, è una persona malata. Non può ammetterlo per vergogna, così come non lo ammettono i giovani, che al massimo fanno riferimento a un narcisismo che ha bisogno di sfoghi, di contesti nei quali mostrarsi.  E il teatreducazione? Il suo sforzo è quello di limitare i danni di questo “far teatro per malattia”. Un modo per uscire dalla malattia è razionalizzarla attraverso il pensiero. Nominarla. Il teatreducazione nomina le cose che accadono, riconducendole nell’alveo di una grande riflessione morale, non moralistica, che dia senso all’inanimato psichico e all’informe. Esorcizzando la paura che la modernità ha del pensare.    
  • Il teatreducazione è democratico. Gli attori sono le persone che ci capitano per caso davanti. Non si fanno cernite. Non si sceglie. Non si fanno rientrare le facce e i corpi delle persone in una nostra personale visione del mondo. Fare la regia, quindi, nel teatreducazione, è non avere visioni personali del mondo. E’ mettersi totalmente a disposizione della scoperta delle persone; delle loro potenzialità, della loro ignoranza rispetto a se stessi, ai propri sogni regressi. Fare la regia nel teatreducazione, è totale scoperta del ciò che potrebbe accadere; e permettere che questo accada. E’ vedere e fare vedere. E’ dono verso l’altro, dono come freccia che colpisce il cuore in quanto realizza, nell’incontro, lo scontro con i propri desideri, il proprio narcisismo, la propria ansia di essere. Fare regia è, però, non rinunciare a fare, soprattutto se si hanno davanti delle persone in età evolutiva. Fare regia è porsi come tramite del passaggio verso una superiore percezione delle cose, della realtà e di se stessi.
  • Nel teatreducazione il testo non è un pretesto ma è un problema. Il testo va preso quasi interamente. Il testo impatta col corpo dell’attore e affossa definitivamente la visione registica dove anche l’attore è parte.
  • Il testo nel teatreducazione può essere gioco, invenzione. Ma è anche testo costruito, donato, sul/al corpo/mente dell’attore. E’ testo che nell’impatto permette una propria lettura, un proprio specchiamento. Il testo come drammaturgia della persona che, recitando, si conosce.
  • Nel teatreducazione non esiste una visione del teatro. Va bene il teatro comico come va bene la tragedia greca. Esiste, piuttosto, un problema legato alla pragmaticità delle forme teatrali. Non è auspicabile, per esempio,  proporre a persone che si stanno formando modelli affascinanti, giovanilistici senza utilizzare una qualche forma di ironia; un filtro cognitivo.
  • Nel teatreducazione si guarda soprattutto ciò che avviene nei luoghi appartati, nelle pause di lavoro, nella frase sussurrata all’orecchio. Spesso lì è il vero accadere. Spesso, quando l’attore non recita, ha una sua teatralità spontanea  più interessante. Non è più attore ma persona che sta segretamente pensando il prima e il dopo; che forse sta soffrendo o si sta ponendo delle domande. Che ha bisogno di un ascolto che non dichiara. Forse proprio lì, nella pausa di lavoro, non nella sezione di lavoro. E compito del conduttore di gruppo è proprio questo saper vedere cose che gli altri non vedono e saperle incanalare in un contesto di crescita, artistico, o formativo. E se è un teatrante, dargli forma teatrale, attingendo al non teatrale, che è la casualità della vita, del nostro essere lì senza pensare a una forma teatrale. E se è un insegnante, trasformarlo in vissuto dell’attenzione e della cura. Il massimo sarebbe ambedue le cose che accadono insieme. Guarda caso certo teatro non ha fatto altro che recuperare la spontaneità della vita, come tutta l’arte del novecento non ha fatto altro che recuperare la bellezza spuria e grottesca delle materie infime -  Mirò, negli ultimi anni, dipingeva con la sua cacca.
  • Bisogna sape capire quando le forme del teatro imbrigliano piuttosto che sciogliere. La forma del teatro è un vestito. Si sceglie quello giusto per il corpo delle persone. Lo si fa calzare a pennello. Oppure si fa l’esatto contrario. Si fa calzare un vestito stretto o largo per mettere in mostra le goffaggini, le spigolature. Per capire i propri limiti. Per arrivare sull’orlo dell’abisso e poi tornare indietro conoscendo la sensibilità del nostro punto di resistenza. La nostra debolezza e la nostra forma. E’ operazione che va condotta con qualcuno a fianco.
  • Nel teatreducazione occorre sforzarsi di superare gli stereotipi del teatro scuola in quanto essi non solo costituiscono un deliberato attacco alla Bellezza, ma anche alla responsabilità dell’atto creativo inteso come strumento di una conoscenza più complessa del mondo.
  • Nel teatreducazione occorre differenziare la poetica dell’operatore dall’estetica dell’operatore. E’ obbligatorio che ogni operatore abbia una sua poetica e che la usi, e che sia perfettamente riconoscibile. L’estetica dell’operatore ha a che fare con un gusto. Ma questo è secondario.
  • Chiunque  voglia occuparsi di teatreducazione deve porsi alcune questioni: dove, chi, con chi, che cosa, per che cosa.
  • Il teatreducazione è un potente mezzo per far crescere le persone, chiunque esse siano, qualunque sia il contesto e lo stato sociale. Non è qualcosa specificatamente legato all’età dello sviluppo; definirei il teatreducazione, in modo un po’ colorito, un correttore di sapidità. Il teatreducazione lavora non nella scoperta di nuovi e inesplorati orizzonti ma nella ricerca di un’armonia tra l’essere e l’avere, tra il fare e il pensare.
  • Il teatreducazione non è legato a un ambiente particolare. Esso è una capanna che si monta nel deserto e che si può smontare tutte le volte che la tempesta si calma. E’ libero come l’aria ma può diventare pesante come un macigno. Dove c’è tempesta si monta la capanna. 
  • Nel teatreducazione le persone si accolgono per come sono, non per come vorremmo o immaginiamo che fossero. Si parte dalle persone, si offrono occasioni di cambiamento ma non si chiede il cambiamento. Forse, a un certo punto, semplicemente lo si osserva il cambiamento, ma le persone non devono passare attraverso le maglie di un giudizio scolastico, umano, esistenziale.
  • Nel teatreducazione si vuole essere nudi, si vuole fare un teatro nudo dove le maschere non servono a nascondersi a giocare per il puro scopo di giocare, ma per giocare seriamente il gioco della vita, simbolizzato e metaforizzato nella coscienza delle forme della rappresentazione.
  • Non ci può essere teatreducazione senza attenzione, scoperta e cura delle persone. Chi fa teatreducazione deve sviluppare una sensibilità superiore, una coscienza vigile e attenta ai movimenti e sommovimenti dell’animo. Non si può essere distratti.
  • Chi fa teatreducazione fa esperienza del dolore della diversità. Essere in un certo modo è fare i conti con un punto di sensibilità  più alto che, se da una parte ci fa vedere le cose in un modo che la distrazione del quotidiano non ci permette, dall’altro ci obbliga a muoverci in uno spazio ristrettissimo, col fiato delle persone sul collo, con le spigolature e i chiodi dell’essere a contatto, dove l’indifferenza è un lusso che non ci possiamo permettere e la differenza un dono che non possiamo tenere solo per noi.

 

Sebastiano Aglieco