FARE ANIMA

 

C’era una rivista di letteratura – forse c’è ancora, non so – che si chiamava “Fare anima”. E’ un bellissimo motto anche, che bene si sarebbe adattato come sottotitolo per questo tentativo di movimento: Teatreducazione, un movimento per fare anima. Certo, questo non risolve la sua specificità, il suo statuto ma certo che di questo si tratta se abbiamo ben chiaro cosa vuol dire fare anima ai nostri tempi. Però si può fare anima solamente in contesti dove le persone si incontrano -si incontrano, non semplicemente stanno insieme –. Il teatreducazione, allora, diventa un’arma per fare anima. Dico arma non per caso. Dico arma perché la bellezza si conquista. Non è regalata.

Ma che cosa vuol dire fare anima? O meglio, a che cosa si è ridotta questa parola oggi? Non voglio addentrarmi, certo, in questioni alte. Vorrei solamente suggerire l’esigenza di allargare lo sguardo, di guardare al di là tirando un po’ su il collo, per vedere cose che non appartengono al mondo degli educatori e cose che non appartengono al mondo dei teatranti. Vedere delle possibilità. Perdersi, forse, un poco, e lasciare all’esperienza della perdita il suo lavorare per cunicoli segreti. Perdere un poco delle proprie certezze. Non per sempre. Il tempo dell’ascolto, se in generale è importante in tutti i contesti lavorativi, nel teatreducazione lo è in maniera particolare in quanto, appunto, è l’uscio che lasciamo socchiuso per percepire le voci che provengono da fuori. E fine non ultimo, nel teatreducazione – anzi, a mio avviso il fine – è la formazione. Formazione non come allenamento a una tecnica ma come allenamento a un cercare di essere. Per questo reputo necessario che teatreducazione significhi anche e soprattutto esperienza dell’ascolto. Io non uso la parola teatralità per fare un torto ai teatranti e dire che loro si sbagliano. Non la uso perché comincio a capire che esiste una bella differenza tra fare spettacolo e fare teatralità. Non è la stessa cosa. Perché in genere uno spettacolo non può prescindere dall’utilizzo di una tecnica, mentre fare teatralità non può prescindere dal considerare la tecnica come uno dei problemi, non il problema. Perché, quando nel teatreducazione uno spettacolo è bello? Quando funziona teatralmente o quando ci siamo posti dei problemi non solo teatrali?

Ho posto questa domanda, un po’ in altri termini, ai ragazzi di Teatro Naturale perché mi interessava capire che cosa fosse arrivato loro della regia di due monologhi a Invento. Se fosse arrivato più l’uno o l’altro e perché. La risposta si è concentrata ancora su ciò che si vede alla fine, sottovalutando ciò che è successo nel mentre. E se un monologo funzionava più di un altro, a loro avviso, era perché c’era un surpluss di tecnica attorale in uno dei due lavori, che si vedeva e che rendeva più fruibile lo spettacolo. Ma, in questo mentre, è chiaro che per me era enormemente più interessante il risultato di chi ha scoperto di più. E non parlo solo di attoralità. L’attoralità è un contenitore dove va a finire questo aver scoperto di più. Evidentemente siamo ancora al punto del cos’è un dono e come ci si arriva. E perché si fa. E la questione è molto sottile. Perché “che cos’è bello”, non è concetto asetticamente isolabile. Noi abbiamo una certa idea precostituita di cosa sia bello. E’ bello ciò che culturalmente scegliamo che sia bello. Forse, nel teatreducazione, bisogna incominciare a dire che è bello ciò che viene da un percorso di teatreducazione, non da un percorso di spettacolarizzazione nudo e crudo. Ecco perché, a mio avviso, teatreducazione ha a che fare col fare anima, altrimenti ricadiamo nell’errore del che cosa ha visto il pubblico, che cosa ha funzionato di più.  

La nostra ricerca di una bellezza è sacrosanta. Ma attenti a non scambiare la bellezza necessaria semplicemente come una bellezza estetica. Altrimenti perdiamo dei pezzi per strada. Se alla fine vediamo qualcosa di bello, di emozionante, questo non è catartico di per sé. Non provoca, di per sé, dei cambiamenti. Provoca semplicemente un soddisfacimento sensoriale. E’ come dire: produrre altissimi risultati massacrando la povera atleta cinese di 12 anni. Si può calpestare, cavalcando,  un’intero campo di caduti in nome della bellezza. La stessa bellezza che ha prodotto grandi monumenti insanguinati, grandi cimiteri di caduti. Non spaventino queste immagini apparentemente così sopra le righe. Ma è quello che produciamo nelle anime delle persone può avere la stessa forza. La stessa forza dell’indifferenza, del non aver capito, dell’essersi fatti trascinare dalla visione personale o peggio, personalistica, di una propria idea irrealizzata. Nel teatreducazione la bellezza è una conquista delle persone che si aprono agli altri e sanno, e sono messe in condizioni di donare il loro essere così come sono, nella scuola dell’accoglienza -  neologismo che conio visto che a Montefalcone abitavamo in una scuola -  Abitavamo. Che bella differenza che passa tra abitare un luogo e semplicemente starci. La scuola era una casa. Si esce la sera in abito di gala, si va a fare lo spettacolo dopo che ci siamo presi cura degli altri, dopo che gli altri si sono presi cura di noi. Tutto questo può non vedersi nel dopo, ma questo è l’ambiguità dell’arte, che si può raggiungere anche attraverso la crudeltà. Ecco: interessa, a noi che vogliamo fare e pensare teatreducazione, giungere alla bellezza attraverso una qualche forma di “crudeltà?” Ribadisco: fare e pensare teatreducazione. Rimando al mito di Elena e alle conseguenze della sua bellezza. Partiamo da lì.

Per finire: nel teatreducazione, quindi, la bellezza non è e non può essere un concetto estetico.

 

Sebastiano Aglieco