LIBRI PER IL TEATREDUCAZIONE
Lettera a un insegnante di Vittorino Andreoli - Bur 1996, è un libro paternalista, scritto col tono che si usa per rivolgersi al figlio che ha la testa dura, per non innervosirlo. Tali sono gli insegnanti della scuola italiana: figlioletti con la testa dura; svogliati, disillusi, idealisti. Per certi versi è un libro inutile, nel senso che nessun insegnante ammetterà mai di non fare ciò che il libro elenca; nessun insegnante ammetterà mai di avere bisogno di questo libro. Lo giudicherà un viatico necessario, una conferma al proprio armamentario; ne loderà la saggezza, soprattutto si attaccherà a qualche affermazione di quelle che fanno la sottocultura della scuola italiana; come quella, per esempio, facilmente fraintendibile, che l’insegnante non è la mamma, non è lo psicologo, non è l’assistente sociale: vero baluardo dell’insegnante asettico, di quello che non ne vuol sapere di stigmate ma delle assicurazioni di un buon voto in pagella. Lo scolaro quello è: un voto in pagella, risultato del suo andamento scolastico. Una cosa semplice, che taglia la testa al toro, che mette a posto la coscienza. Però, però le cose cambiano nel racconto delle ultime pagine. Che riportano l’opinione di uno che alla scuola non appartiene ma a cui, per mestiere, tocca osservare le conseguenze maligne che la scuola può causare nelle menti e nelle vite degli scolari più deboli. Sono pagine che suscitano l’indignazione, e sicuramente la rivolta intellettuale dell’insegnante pacificato che, probabilmente, fino a quel punto avrà lodato la lettera bonacciona di un saggio buonista che sposa il pensiero dell’insegnante dotato di cultura media ma che ora lo bacchetta e gli chiede senza mezzi termini di vergognarsi. Qui è la guerra, e qui il libro di Andreoli diventa veramente necessario. Perché la scuola ha bisogno di scossoni e pugni in faccia; la scuola ha bisogno di un atto di autonomia e di rivolta che va al di là della libertà vigilata data dal ministero e dai programmi. La scuola ha bisogno di una sana rivolta, questa volta fatta non dagli studenti, ma degli insegnanti. Finché gli insegnanti non si prenderanno tutta la libertà che compete loro, la scuola continuerà a far la figura di una signorina col volto pallido che aspetta la circolare di turno come si aspetta l’amato segreto, altrimenti muore di crepacuore. “Devi sapere che seduti nei banchi davanti alla tua cattedra ci sono persone, nella prima adolescenza, piene di paura. Persone che non è pensabile giudicare, perché già si percepiscono mostri fisicamente e psicologicamente, in una fase in cui dominano il sentimento e le emozioni, dove la razionalità è al minimo della propria potenzialità, poiché la paura non può venire risolta dai sistemi logico razionali. Si avverte una tempesta e bisogna attaccarsi da qualche parte perché il vento ti sta portando via, con la furia di un tifone che si abbatte su un giardino. (…) Vorrei che vedessi, almeno per un momento, l’assurdità di certi tuoi comportamenti, di prese di posizione, di avvertimenti drammatici sul futuro dell’anno scolastico, per questo o quell’allievo. La verità è che non gliene importa nulla, poiché nel dramma esistenziale vero la scuola è solo un luogo in cui sopravvivere per lenire le strategie dei grandi conflitti: con la famiglia che è divenuta insopportabile, con un dove andare che ha il sapore di un vagabondaggio. La scuola deve tener conto di questo clima. La seconda adolescenza dura almeno fino a diciotto anni (…) e se la scuola deve aiutare a vivere, allora deve conoscere la vita dei suoi allievi in questa fase. E cercare di non essere ridicola e assurda. Credo che adesso tu possa capire meglio cosa significhi una bocciatura. La bocciatura di una quattordicenne di terza media, che si vede mostruosa, che teme che il gruppo l’abbandoni, che magari per stare nel gruppo accetta comportamenti che nemmeno a lei, anzi a lei per prima, non piacciono, che vive in una famiglia che non capisce la sua lotta, il suo essere contro e le rende la vita ancora più impossibile. E tu insegnante la bocci. Ti prego, vergognati come persona e come scuola e poi non meravigliarti di quel suicidio e non accontentarti di ipotesi che chiamano in causa problemi psichici per i quali la scuola non può nulla, non c’entra niente. Spero che tu non voglia mai macchiarti di una simile vergogna”. Questo è il tono delle ultime pagine, e già basterebbe per mettere a soqquadro la benemerita istituzione. Perché mi sembra utile questo libretto per la nostra riflessione sul teatreducazione? Per vari motivi. Uno, generico: ripassare ogni tanto saperi e atteggiamenti che un buon educatore dovrebbe considerare come patrimonio del suo agire, non svendibili a seconda della moda dei tempi, ma universali - non fa mai male. La cosa è ancora più utile a chi, pur essendo un buon teatrante, non ne sa niente di scuola e di pedagogia e quindi un manualetto di istruzioni, soprattutto se ispirato a princìpi sani, può far la differenza. Due: perché è molto evidente che, nel setting del teatreducazione, ci troviamo come davanti a una classe e quindi dobbiamo agire di conseguenza. Dobbiamo sapere che fare. Tre: il testo contiene una semplice ma buona definizione di regia che invito ad andare a cercare come una caccia al tesoro. Quattro: perché il libro esprime il punto di vista di un non insegnante sulla scuola - il libro esercita quindi, la funzione di uno sguardo esterno sulla scuola. Cinque: perché il teatreducazione ha bisogno di un punto di vista riassuntivo e fermo e definitivo sull’educazione e sulla scuola. Non credo che chi non condivida il punto di vista di questo libro possa fare teatreducazione. Affermazione forte, che vorrei con tutto il cuore provocasse una reazione indignata. Sei: perché il libro esprime chiaramente una pedagogia della classe, capace di superare le questioni attinenti valutazione, bocciature ed esami, tutti “valori” ai quali la scuola tiene molto ma che, a mio avviso, non hanno nulla a che fare con il teatreducazione: il quale non boccia, non giudica, non valuta sommativamente – o peggio, sommariamente - ma piuttosto si occupa di un atteggiamento di attenzione verso il singolo e verso il gruppo che ha il compito di sostenere, motivare, incrementare, rafforzare, consolare, spronare. Per finirla: a me sembra che il teatreducazione abbia l’ingrato compito, per mezzo di un suo statuto certamente provvisorio ma comunque abbozzato, di riempire i vuoti spaventosi di una vera mancanza di educazione nella scuola e che a maggior ragione non si possa permettere di cadere nei tranelli e nei trabocchetti che riguardano una mancata capacità di attenzione, di cura. Questo libro sta a ricordarcelo. Sebastiano Aglieco |