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Brook, Grotowski e (ancora…) lo sguardo esterno
Il tema (o il problema…) dello sguardo esterno si è proposto ancora una volta, con la forza che ne contraddistingue la presenza nei gruppi che fanno teatro, durante le attività di un gruppo di adulti. Una volta presentata la figura di una persona che avrebbe svolto la funzione di “sguardo esterno”, la stessa è stata letta – anche se non in modo aperto e collettivo – come quella propria e caratteristica di qualcuno che non si vuole mettere in gioco. Dunque come qualcuno che – per evitare un suo coinvolgimento diretto – per una sua paura individuale, sceglie la strada di tenersi esterno. Strano che, però, la stessa persona, per non volersi mettersi in gioco lo faccia “dichiarandosi” esterna e soprattutto “guardante”. Strano perché, se una persona sceglie di non “mettersi nel gioco” del laboratorio teatrale, quale modo peggiore per lei è quello di mettersi in una posizione fuori dal coro, una posizione di chiara evidenza, di chiara esplicitazione di comunque voler “giocare”?. Dichiararsi “sguardo esterno” in un laboratorio teatrale è dunque un modo per esserci, diverso da quello degli altri (conduttore, partecipanti) ma comunque si pone come un “volerci essere” svolgendo una funzione. Quale essa sia può, oppure non può, essere svelata agli altri, ma esiste anche se misteriosa. Dunque la persona che si dichiara agli altri come “sguardo esterno” nel laboratorio di teatreducazione in realtà esplicita una sua “sovraesposizione” rispetto agli altri partecipanti. Una sovraesposizione però, che le fa rischiare spesso una sottoesposizione di funzioni: è così visibile, nel silenzio dello sguardo che esercita su chi fa un laboratorio teatrale; ed è così spesso silenziosa che si espone al giudizio di tutti gli altri, al punto da essere giudicata come una persona che “non vuole mettersi in gioco” insieme a tutti.
Lo “sguardo esterno” potrebbe essere considerato come lo sguardo dell’antropologo? Sì, stante a quanto ha dichiarato Francois Kahn in una intervista del 2004 a cura di Lorenzo Mucci.Lo stesso Kahn osserva che “l’idea che l’osservazione deforma l’oggetto osservato è una delle costanti del teatro”. Kahn si riferisce anche alla idea di Peter Brook che sposa le tesi dell’ultima fase di Grotowski secondo cui nel laboratorio non c’è posto per osservatori esterni. Brook, letteralmente nel saggio “Grotowski, l’arte come veicolo” afferma: “Un lavoro non può contemporaneamente essere una ricerca in profondità e aprirsi ogni giorno a tutti quelli che vengono con naturale curiosità”.
Sono molto d’accordo. In realtà, però, in teatreducazione lo sguardo esterno non è occasionale, ma anzi è funzionale alla formazione dei processi laboratoriali nella direzione appunto non del teatro ma del teatreducazione. Che è altro dal teatro e altro dalla educazione.
Per questo lo “sguardo esterno” in teatreducazione potrebbe anche eliminare l’aggettivo “esterno” e trasformarsi in sguardo e basta. Lo sguardo : una funzione del teatreducazione che si fa realtà in un laboratorio. Probabilmente in questi anni di sperimentazione, abbiamo avuto paura di uno sguardo che fosse casuale, approssimato e approssimativo. Invece il teatreducazione ha assoluto bisogno di uno sguardo “interno”, funzionale alle attività laboratoriali. Questo bisogno, per esempio, viene continuamente esplicitato, dopo qualche incontro, da molti partecipanti ai laboratori di teatreducazione. I quali – spesso più loro che i loro conduttori – ammettono che uno “sguardo” è utile a capire e a meglio “lavorare”.
Il problema della “estrema fiducia” che si deve creare tra conduttore ed allievo in un laboratorio teatrale riguarda anche l’ambito di teatreducazione. Teatreducazione, però, ha bisogno di uno sguardo che forse è esterno: ma non nel senso che è lo sguardo del regista o di chi conduce un laboratorio. Quel tipo di sguardo dà attenzione registica e di conduzione. Lo “sguardo esterno” in teatreducazione offre altre attenzioni, più rivolte allo svolgimento del processo, al valore delle relazioni che si svolgono “durante”, in modo da poter essere però anche “sguardo” per lo stesso regista/conduttore. In questo sta la differenza: in teatreducazione lo “sguardo esterno” in realtà è molto più interno alle dinamiche di gruppo di quanto appaia o voglia apparire.
In questo senso le esperienze sono molto poche: sia in termini di quantità che di qualità degli interventi. A queste poche esperienze va data la possibilità di sperimentarsi e di elaborare il proprio vissuto laboratoriale come è dato ai conduttori e agli allievi. Certo, la figura del conduttore o del regista che tende ad essere un demiurgo che plasma e dirige e conforma a sé, questa figura trova nello “sguardo esterno” una variabile problematica. Infatti, il regista o il conduttore del laboratorio teatrale non sa né prevede ciò che lo sguardo esterno vedrà e deciderà di far vedere agli altri. In questo “vedere e far vedere” si ritrova anche il dettato della regia di Stanislawskij: un dettato che guarda caso si applica in teatreducazione per una figura che non è più il regista ma è lo “sguardo esterno”. Così appare sempre più chiaro che, in teatreducazione, lo sguardo esterno non è come lo sguardo dell’antropologo che determina la qualità della relazione di conoscenza e di interpretazione con popolazioni esterne. Lo sguardo esterno in realtà si pone sempre più come una funzione molto interna in teatreducazione, molto più che nel teatro e nella educazione.
Questa funzione, per realizzarsi, ha bisogno di trovare una propria cifra, un proprio “stile” come tutti gli sguardi che esercitiamo sulla realtà. In fondo anche lo “sguardo esterno” interpreta e svolge una funzione ermeneutica sul gruppo, con il gruppo, per il gruppo, nel gruppo. Novità resta il fatto che questa funzione si (sovra)pone accanto a quella del conduttore del laboratorio teatrale, con tutti i rischi connessi.
Forte delle esperienze che ho osservato, a me pare che le resistenze che si hanno rispetto alla presenza dello “sguardo esterno” derivino soprattutto da: - le aspettative sulla conduzione di un laboratorio proprie dei partecipanti - le insicurezze del conduttore - le alleanze tra conduttore e partecipanti “contro” lo sguardo, che si percepisce come avverso, proprio perché non è controllato né controllabile
Tutto questo, a me sembra che renda sempre più interessante lo sperimentare lo “sguardo esterno” in più ambiti possibili di teatreducazione. Resta il problema di approfondirne tutte le problematiche inerenti la preparazione degli operatori, soprattutto maturati da una esperienza (spesso anche spiacevole se non dolorosa…) di esclusione/espulsione che spesso si vive in contesti laboratoriali.
La preparazione dello sguardo esterno dovrà essere uno dei temi centrali propri di teatreducazione, con tutti i risvolti propri di un training che avviene, gioca forza, su di un territorio inesplorato. In questo senso gli strumenti vanno ricercati e trovati e affinati, perché comunque, lo sguardo (esterno oppure no…) è una funzione irrinunciabile di teatreducazione.
Silvano Sbarbati |