IL TEATREDUCAZIONE, I GIOVANI, GLI ADULTI.

 

Queste annotazioni vengono dall’aver vissuto varie esperienze intensive di lavoro comune con gruppi di ragazzi e di operatori. Ecco le mie osservazioni: 

  Che cosa fanno i ragazzi in contesti di full? Vivono intensamente, si sbattono dalla mattina alla sera con un dispendio di energie che neanche uno scaricatore di porto. Non dormono, giocano, discutono, si innamorano, piangono. Difficilmente rimangono indifferenti. A loro non interessa capire. A loro interessa vivere intensamente, entrare in una specie di ebbrezza dionisiaca, dove il furor è lo sconvolgimento del corpo e dei sensi. E’ rito comunitario dell’esserci, del sentirsi parte.

  E’ così diverso descrivere i giovani in discoteca? Lo è e non lo è.

Lo è perché: in discoteca avviene esattamente questo annullarsi nel rito dello stare insieme, del percepire la vibrazione di una massa che si muove insieme, dove ogni parte è la somma del tutto.

Non lo è perché: in un progetto di tetreducazione è preservato, almeno nella dichiarazione programmatica, un’attenzione a ciò che accade; una responsabilità del far accadere; una responsabilità del far accadere insieme; un impattare dei corpi e delle menti che non si arrotondano, come in discoteca, ma sentono le spigolature, le parti molli e quelle dure. In un progetto di full immersion di teatreducazione  è richiesto un investimento che va al di là della pura emozione ma che presuppone un esercizio della mente a saper vedere, a saper pensare. Quindi un’educazione alla libertà e alla responsabilità.

  Ma che cosa i giovani devono ancora imparare da esperienze di questo tipo? Dico devono ancora imparare, presupponendo che un’esperienza non si concluda esattamente con l’addio rituale dell’ultimo giorno, del pianto e degli abbracci, del sentiamoci per telefono e del vogliamoci ancora bene, ma in una forma di prolungamento nel tempo, dove accadranno cose più importanti, forse, dell’esperienza stessa. Faccio un elenco per essere più chiaro. I giovani dovranno imparare:

  • A incanalare una forma di narcisismo adolescenziale -  del tutto naturale, si capisce, ci siamo passati tutti.
  • A confrontarsi con i loro maestri. A tradirli, se necessario. Non sono per un assassinio dei padri, come sostenuto, ma per un tradimento, se si considera tuttavia il significato profondo del termine tradire che vuol dire – consegnare una tradizione. 
  • A saper rinunciare.
  • A saper guardare piuttosto che essere guardati.
  • A prendere in seria considerazione il dolore degli altri.
  • A guardare in faccia i brutti e i cattivi, sforzandosi di leggere dietro le loro maschere i tratti comuni di un appartenere alla stessa specie.
  • A guardare le stelle, quando il vento spazza le nuvole, facendosi  le banali domande che gli uomini si sono sempre fatti: Chi sono io? Che cosa ci faccio io qui?    E a inventarsi una risposta. Questa è in qualche modo una risposta al senso dell’essere parte di un progetto di teatreducazione: Chi sono io qui? Che cosa ci faccio io qui? Perché questo oggetto che chiamiamo teatreducazione è un modo per imparare a stare al mondo, stando nel luogo del teatro e dell’educazione. Le risposte che possiamo darci nel contesto del teatreducazione, sono in fondo le stesse che stiamo cercando nella vita. Per noi stessi, prima che per gli altri.
  •  Ad essere esigenti con se stessi. Non nella richiesta di un maggior impegno nella fatica, ma nell’imparare a guardare con occhio acuto e con pochissimi mezzi.
  • A sapersi guardare allo specchio cominciando a contare le piccole rughe.
  • A immaginare di essere l’altro.
  •   A insegnare qualcosa noi, con la stessa umiltà che chiediamo agli altri quando ci insegnano qualcosa loro.
  • A diffidare della verità, là dove questa appaia in forme e in gusti prelibati.
  • A saper esercitare una forma di critica disinteressata, cioè non indirizzata al sé ma alla ricerca di una verità in sé.

 

L’elenco potrebbe continuare ma apparirei presuntuoso. Così il gioco parrebbe scorretto se non chiedessi ai miei amici operatori che cosa loro, e io abbiamo da imparare da un progetto di full immersion dell’aite. Ecco dunque un altro elenco, forse più severo del primo.

Imparare a:

  • Non aver paura di invecchiare, fingendo di avere vent’anni.
  •  Non rinunciare al proprio ruolo educativo, anche a costo di apparire duri o antipatici.
  • Non adulare per paura di essere giudicati o di essere considerati dei cattivi operatori.
  • Uscire dal proprio ruolo, farsi sguardo donato a se stessi e agli altri.
  • Non censurare nulla. Né per sé né per gli altri.
  • Saper mantenere intatto l’idealismo di un movimento che, essendo un neonato, ha bisogno di grandi slanci e di grandi investimenti.
  • Saper rinunciare alle proprie visioni registiche, sapendo bene che cosa è meglio per sé e per gli altri.
  • Imparare a capire quando stiamo adulando, anche in buona fede, e quando gli altri ci stanno adulando, anche in cattiva fede.
  • Saper condividere il nucleo di un pensiero che non traballi, che non si lasci divorare dai lupi di turno. Saper quindi comunicare agli altri ciò che è importante per noi, ciò per cui dedichiamo tempo agli altri, a noi stessi.
  • Saper essere anche dopo l’evento, in un tempo e in uno spazio altri.

 

Anche questo elenco è provvisorio, e sarebbe molto più lungo ma mi fermo qui per non apparire troppo autolesionista.

 

Sebastiano Aglieco