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Guardarsi in scena Il teatro della scuola “visto” dall’Agita
E’ uscito qualche settimana fa un libro edito dall’Agita (Associazione per la Promozione e la Ricerca della Cultura Teatrale nella Scuola e nel Sociale) e di Valdarno Fiorentino. Il libro porta un sottotitolo significativo:”riflessione e (rifrazioni) sul teatro della scuola” ed è curato da Loredana Perissinotto e Claudio Facchinelli. Contiene i contributi di persone che – un po’ in tutta Italia – da diversi anni conducono una ricerca attiva, concreta e collettiva sul teatro della scuola. Il libro – che si può richiedere all’Agita (www.agitateatro.it) – si aggiunge a quelli che, con taglio diverso e diversi obiettivi, hanno affrontato il tema del teatro della scuola, del teatro educazione, del teatreducazione (come scriveremmo noi…). Si aggiunge e merita di essere letto ed essere oggetto di riflessione per gli stimoli che contiene; potremmo dire che, attraverso il taglio editoriale, è una piccola summa delle questioni che si …agitano nel mondo sempre dinamico di cui si occupa. Per questo credo opportuno trattenermi su alcune questioni, temi e problemi presenti nei vari saggi che lo compongono.
Intanto non si creda che sia “datato”: no, il libro è di forte attualità perché fotografa con lucidità analitica e passionale sintesi di proposte il passato prossimo ed il presente del teatro della scuola. Tra l’altro, Loredana Perissinotto nella sua breve storia introduttiva al volume, traccia con sobrietà efficacissima il percorso del movimento. Senza troppe indulgenze né troppi indugi, la sua piccola storia risulta un racconto rigoroso di quanto è accaduto, con equilibrato distacco “storico”, il che è sempre una atteggiamento difficile per chi – come la Perissinotto – è invece calata nelle cose e negli affanni della ricerca e del progetto.
La storia contiene molte domande: sul senso dello spettacolo finale di teatro della scuola, sulla valutazione, sul rapporto tra estetica ed etica, sugli strumenti per dare corpo a questi bisogni di conoscenza critica, etc. Il teatro della scuola, ci dice la Perissinotto sulla base di una indagine dell’Osservatorio delle Rassegne messo in piedi dall’Agita, è “un po’ atono e un po’ febbricitante”. Come per dire che fatica a farsi sentire perché ha poca voce; e fatica a trovare una sua salute stabile, perché la febbre è comunque un sintomo di una qualche malattia… La piccola storia si conclude con l’elenco di tre questioni principali. Prima: l’attenzione delle istituzioni Seconda: la formazione a tutto campo Terza: la comunicazione.
Su queste tre questioni vale la pena soffermarsi. L’attenzione alle istituzioni. E’ il tema dei temi.Il teatro della scuola ha scarsa considerazione dalle istituzioni: ne consegue una penuria di risorse finanziarie. La proposta della Perissinotto è quella di realizzare con il governo centrale un protocollo sulla scia di altri (e mi pare che ciò sia avvenuto con il protocollo del dicembre scorso, su base triennale, tra Ministero della Pubblica Istruzione, dei Beni Culturali, l’Eti e l’Agita). La formazione, che va rilanciata, sia in senso teorico che pratico, nei confronti dei soggetti coinvolti. La comunicazione, che va riattivata, sia verso l’interno che verso l’esterno.
Queste tre questioni, secondo noi, sono in realtà la declinazione di un interrogativo che dagli anni settanta in poi, con sempre maggiore insistenza, è stato un leit motiv: perché il teatro della scuola non riesce a catturare quella attenta e motivata partecipazione pubblica che altri movimenti posseggono? Questa domanda, con sensibilità differenti, se la pongono sia i teatranti che gli insegnanti e ciascuna “categoria” trova le risposte che meglio si attagliano alla loro sensibilità, ai loro bisogni, alle loro aspettative. Trovare una risposta credo che sia un utile strumento per raggiungere l’obiettivo di un equilibrato partenariato tra teatranti ed insegnanti. Una annosa questione, una annosa questione che in realtà va di pari passo con la domanda di cui sopra.
Non a caso, a pagina 177 del libro, si scrive che…”da anni il problema della collaborazione fra insegnanti ed operatori teatrali sembra essere in una posizione di stallo, ove l’uno o l’altro prevale ed afferma le proprie vedute o le proprie linee di lavoro”. E poco prima, quasi a rispondere a questo interrogativo, si scrive che…”anche se lasciati a se stessi, i ragazzi riescono a venir fuori ugualmente, con le loro specificità e le loro istanze”.
Questo mi pare il tema/problema da guardare con maggiore attenzione. Se il partenariato tra insegnanti e teatranti è in stallo. Se comunque i ragazzi (mal guidati dagli uni o dagli altri o da entrambi) riescono a “venir fuori ugualmente” significa che possiamo fare a meno di insegnanti e teatranti.
Non sembri una affermazione priva di senso. Contiene sì una provocazione: quella di tornare ad occuparci di teatro/educazione con meno quantità di “teatrismo” (una parola che mi serve per descrivere, spero bene, la degenerazione dei contenuti) e meno quantità di “pedagogismo”. Per questo, la nostra ricerca ha tolto di mezzo la o di teatro e lo / che divide o unisce le due parole. Non si tratta di una sterile ricerca di neologismi. E’ il tentativo di tornare ad unificare la potenza della ricerca del/per/sul teatro con la ricerca del/per/sulla formazione ed educazione.
La poca voce e la febbre del teatro scuola si coniuga con lo stallo del rapporto con il corpo ed il sangue del teatro, ovvero i teatranti. Ma sono davvero “corpo e sangue”? E la scuola è davvero il luogo della formazione? E come si può pensare ad un partenariato tra due “malati”? Ecco qua che le istituzioni non hanno attenzioni: e siccome le istituzioni sono specchio della società reale (oppure no?) ci chiediamo come questa società sia stata seminata/disseminata dal teatro e dalla scuola in questi ultimi decenni.
Per questo ogni sforzo di ricerca è necessario, oggi più che mai. Per questo un libro come “Guardarsi in scena” diventa come una antologia da adottare per tutti noi. Una antologia, non un sillabario. Il sillabario andrebbe riscritto con la pazienza di fare storia e il coraggio di fare civiltà presente (come scrive la Perissinotto a pag. 5 della sua introduzione, in un richiamo dai forti colori etici).
Il sogno della Perissinotto è quello di “adulti che si sforzano di stare dalla parte della ragione e del sentimento dei più giovani”. Lo fanno – azzardo a dire - per dare “corpo e sangue” a quello che l’autrice definisce “l’invisibile”. Dei giovani o degli adulti? Iniziare a chiedercelo, al di là della interpretazione letterale del periodo della Perissinotto, appare una legittima aspirazione per una ricerca ; interrotta solo da chi crede che ricercare non serve.
Silvano Sbarbati |