PRAGMATISMO DEL TEATREDUCAZIONE

 

Ma, in soldoni, qual è lo specifico di questa cosa che andate chiamando teatreducazione?

Questa domanda mi è stata rivolta più di una volta e certo non è facile rispondere. Anche perché generalmente viene posta con urgenza e presuppone già la risposta: se non lo sapete voi non potete pretendere che lo sappiano gli altri. Ma bisogna chiedersi perché venga posta, e anche chi la pone. Se viene posta nei termini di una perentorietà “che cos’è il teatreducazione!”, vuol dire certamente che il teatreducazione ha compiuto pochissimi passi in quanto non si può appellare ancora a schematismi, a formule retoriche e a maschere di comportamento. E’ quindi la domanda è ancora salutare. A chi la pone, quindi,  bisogna innanzitutto dire che ogni possibile risposta non è cosa che possa servire a mettere a posto la coscienza. Essere in grado di definire il teatreducazione vorrebbe dire poter far riferimento a uno statuto riconoscibile, quindi una necessaria tecnica, uno strumentario. Ma qui non si tratta di riformulare gli esercizi di un manuale; o un prontuario di comportamenti. Le risposte a che cos’è il teatreducazione ci sono già tutte. Sono solo sparpagliate. Il problema della modernità è che, nella moltitudine della mercificazione, finisce per relegare negli scaffali bassi la merce che vende meno. Se guardiamo alla complessa e ricca storia della pedagogia, non credo che si possa scrivere ancora qualcosa di interessante. Se guardiamo ai programmi della scuola, agli schematismi di comportamento, è ben facile risalire alla fonte. Tutto, o quasi, credo, è stato già scritto. Il compito del teatreducazione non è quello di trovare risposte nuove, quanto quello di organizzare e di chiarire. Allora diventa importante capire chi fa la domanda. Se è un teatrante puro, probabilmente il teatreducazione funzionerà nella destabilizzazione di comportamenti – in questo caso quelli tipici del teatrante puro. Non è in una possibile risposta la portata rivoluzionaria del teatreducazione, ma nel porsi come elemento di rottura degli schematismi di un contesto. Le risposte saranno date in funzione della capacità di questo teatrante di riconsiderare il suo lavoro riequilibrandolo nella scoperta di ciò che gli manca, che cosa non funziona. Molto semplicemente gli proporrei di leggersi LETTERA A UN INSEGNANTE, di Vittorino Andreoli, un libretto più utile, forse, a un teatrante che all’insegnante a cui è rivolto. Lì c’è un sunto di atteggiamenti che dovrebbero essere patrimonio comune della scuola degli ultimi quarant’anni, ma che evidentemente non lo sono ancora e quindi per questo, elencarli, pare operazione rivoluzionaria. Ma un teatrante, leggendo come un buon insegnante dovrebbe comportarsi o cosa dovrebbe fare, probabilmente scoprirebbe la parte pedagogica che nel suo lavoro manca. Questo potrebbe essere un buon inizio per lui.  

  Potremmo ribaltare la questione se la domanda fosse formulata da un insegnante, da un dirigente d’azienda, da una cuoca o dal bidello della scuola. Queste persone hanno già qualcosa: tecniche, sensibilità, professionalità. Hanno anche una preziosa ingenuità rispetto a ciò che non sanno. La domanda “che cos’è il teatreducazione?”, li porrebbe alla stessa stregua dell’operatore teatrale -  se però si trattasse di una domanda formulata non per arricchimento culturale, per sfida, ma per una percezione del  sentimento della mancanza, del voler essere in altro modo. Il teatreducazione non ha niente a che fare col “come si fa” ma col “cos’è che manca”. Cos’è che manca implica che esiste già un come si fa, che è la professionalità del teatrante puro, dell’operatore teatrale, dell’insegnante, del dirigente d’azienda, della cuoca o del bidello della scuola. Il teatreducazione non butta all’aria la cultura dell’esperienza perché il teatreducazione viene da altre esperienze; viene, in gran parte, da un mondo che è il teatro della scuola e delle cui contraddizioni si è fatto totalmente carico. Il teatreducazione, piuttosto, vuole  appellarsi all’esigenza di una coscienza del fare che può realizzarsi solamente attraverso un filtro, una distanza del pensiero che si responsabilizza rispetto al sensuale dell’accadere.

  Osservando lavorare gruppi di ragazzi, spesso provenienti da esperienze assai diverse -  giustamente diverse, perché filtrate dalla sensibilità e dall’esperienza degli operatori teatrali o dei loro insegnanti -  l’errore più comune che si possa fare è quello di pensare a una scala di valori. Si tratta piuttosto di considerare nelle singole esperienze, i pieni e i vuoti, i punti forti e i punti deboli in base a un pragmatismo – uno dei primi temi emersi in questo dibattito e che sicuramente bisognerebbe riprendere – il cui compito è quello di stabilizzare le esperienze, nel senso di renderle coscienti delle proprie anomalie interne, della propria storia. Il teatreducazione, quindi, avrebbe questo compito di essere paradossalmente pratico, fisico, riconoscendo che il suo compito è super partes, è a priori. Esso quindi si pone come luogo di incontro della Comunità delle persone che hanno voglia di specchiarsi in un lavoriero comune, dove le singole entità verificano la propria cultura non sulla base della visione registica dell’altro, ma  del portare insieme.

  Per tornare alla domanda iniziale del teatrante, forse gli risponderei così: il teatreducazione è uno specchio deformante: fa vedere più grossi i tuoi difetti e più piccoli i pregi.

 

Sebastiano Aglieco