L’essenziale è…visibile agli occhi

Questa è la cronaca di un laboratorio di teatreducazione osservato il 2 maggio in una città del nord d’Italia.

 

Il teatrino della parrocchia è uno dei tanti che i salesiani hanno sparsi per la penisola. Circa duecento sedie di velluto, una platea piatta, un palcoscenico in legno con quintaggio minimo ed una minima dotazione illuminotecnica.

Dalle 19 alle 21 il parroco lo mette a disposizione, una volta la settimana ad un insegnante che porta avanti un progetto di teatreducazioone.

Stasera, alla spicciolata, arrivano quattro ragazzi ed una ragazza di età attorno ai diciotto-venti  anni; con loro due bambini di quinta elementare che  incontrano per la prima volta, avendo come obiettivo quello di provare una messa in scena tratta, molto liberamente, dal Piccolo Principe. Un classico fatto leggere dall’insegnante in aula di quinta elementare.

In sala, nella semi oscurità, ci sono io ed un’altra persona, seduti in prima fila. Ci si saluta in tranquillità e poi i ragazzi salgono in palcoscenico per iniziare il laboratorio. 

Qualche battuta per rompere la tensione e poi il conduttore chiede ad un ragazzo di condurre la attività  che definisce “di riscaldamento”. Si forma un cerchio e il ragazzo con parole chiare e in modo molto preciso inizia a dare indicazioni.

E’ il solito, normale processo degli esercizi: il circle time, gli esercizi sulla fiducia, l’occupazione dello spazio.

Poche parole ed un ritmo tranquillo, tutto accade come se il gruppo fosse affiatato da tempo, anche se così non è visto che i due ragazzini conoscono gli altri da pochi minuti. 

C’è molta concentrazione nel fare gli esercizi. Ed è interessante prendere atto che un ragazzo di 18-20 anni mette in campo (è anche per lui la prima volta…) questa competenza di conduttore di gruppo.

L’insegnante chiede successivamente ad un altro ragazzo di condurre lui gli esercizi. Stessa chiarezza, stessa raffinata sapienza, direi.

Magari il profitto scolastico non sarà esaltante, ma qui, ora,  hanno  una presenza autorevole, una capacità linguistica notevole per gli effetti che produce negli altri. 

Poi l’insegnante chiede a tutti di “fare accadere qualcosa”, ovvero li spinge nel territorio della improvvisazione. Lo spazio del palcoscenico si riempie di gesti e di movimenti, fino a quando lo stesso insegnante inizia qualcosa che sembra una regia. Consegna degli oggetti (preparati per lo spettacolo) e chiede ai ragazzi di utilizzarli nel contesto del “testo”. Chiede loro di relazionarsi insieme, ma dentro la logica suggerita dalle sollecitazioni della storia (il Piccolo Principe, appunto). 

I ragazzi lo fanno e inventano, pur dentro una gabbia che, si capisce, l’insegnante-regista inventa in quel momento, favorito dalla creatività delle improvvisazioni. 

Vedo una situazione che scivola verso l’attorialità, ma funziona, ma funziona proprio in funzione di una tensione (nel ritmo del fare) che non si perde mai. 

Osservo il fatto che si è passati dagli esercizi alla “prova” dello spettacolo senza soluzione di continuità. Anzi: gli esercizi sono diventati lo spettacolo, in un miracolo di progressione consapevole del fare scena che bisogna andare a guardare con attenzione, tanta naturalezza c’è in questa progressione dall’esercizio allo spettacolo. 

I ragazzi riempiono spazi con corpo e voce. Poche parole, le loro, nel senso che a loro appartengono, grazie anche alle sollecitazioni dell’insegnante che si comporta come uno strano regista: ordina di fare ma ad ogni comando si capisce che lo fa anche a se stesso, si capisce che anche lui sta creando qualcosa insieme con i suoi ragazzi. 

Qualche ragazzo, nella sua improvvisazione, si spinge un po’ fuori delle righe. Parlandone dopo, a prova finita, lo stesso ragazzo ammette di averne con consapevolezza: a lui accade così, e si aspetta che qualcuno lo faccia rientrare, lavori per “sottrazione” rispetto a ciò che compie sulla scena. 

Ogni tanto la prova risente dello sforzo attoriale dei ragazzi e allora succede che questa specie di stanchezza venga assorbita e risolta dagli stimoli dell’insegnanti. Che non corregge, ma “impagina” gli errori della stanchezza in una visione complessiva, unitaria. 

Sono cinque ragazzi dai 18 ai venti anni e due bambini di quinta elementare.

Lavorano per circa un’ora e mezza.

Ho visto – per la prima volta, forse – un laboratorio teatrale che arriva a diventare “prova” e tentativo di messa in scena senza soluzione di continuità. 

Avrei voluto che questi novanta minuti senza interruzioni fossero documentati.

Alla  fine chiedo: che cosa si impara quando si impara a fare uno spettacolo che deve funzionare per il pubblico?

Mi rispondono ciascuno a modo suo: ma tutti con chiarezza, senza mielosi accenni alle emozioni, alle consapevolezze del corpo, etc etc. Pochi minuti prima erano attori sul palcoscenico, adesso sembrano rientrati nel ruolo di “studenti” interrogati. Non sembrano preoccuparsene, anzi, ho la netta impressione che si aspettassero questa specie di rapido ma intenso “riscontro” da parte di uno spettatore.

Il parroco ci interrompe. Sono le 21.00. Il teatrino deve ospitare una riunione parrocchiale. Il laboratorio settimanale di teatreducazione ha finito il tempo a disposizione.

 

Silvano Sbarbati