“…In opera”, dell’Istituto professionale statale  “Podesti” di Ancona

 

Il primo problema che si pone è: come definire ciò che è stato proposto sul palcoscecnico del Teatro delle Muse di Ancona nella mattina del 9 maggio, all’interno del progetto “Scuola all’Opera”?

Uno spettacolo? Una dimostrazione di lavoro? Una recita scolastica di natura didattica?

Rispondere diventa utile perché costringe lo spettatore a cercare alcune risposte che ne mettono in discussione l’attenzione e la sensibilità critica.

E dunque come potremmo definirla?

Per ciò che si è visto, per il complesso delle performance (scenografiche, attoriali, musicali, organizzative etc.) “In opera” conteneva tutte e tre le definizioni.

Gli apparati visivi e alcune direzioni della ricerca drammaturgia facevano pensare ad uno spettacolo-prodotto finale.

Allo stesso tempo, un occhio attento ai processi ed agli “esercizi”laboratoriali, ne vedeva gli esiti, palesati con chiarezza: e dunque anche una dimostrazione di lavoro.

Infine la stessa impostazione drammaturgia, alcune citazioni, la ricerca di attenersi alla consegna (reinterpretare “Elegy for young lovers” melodramma su testi di Auden musicato da Henze), i ringraziamenti finali con accenni al vissuto del gruppo (“quante difficoltà abbiamo dovuto superare…”) fanno essere “In opera” anche una recita scolastica con finalità didattiche.

Detto questo, che in fondo racconta anche in parte ciò che è avvenuto sul palcoscenico, bisogna sottolineare un aspetto significativo: il fatto cioè che gli studenti del “Podesti” di Ancona, una scuola media superiore, hanno compiuto il lavoro teatrale in maniera obbligatoria. Non si trattava di un gruppo di ragazzi motivati a fare, ma classi “obbligate” a fare teatro.

Durante l’incontro di riflessione post-spettacolo (tra le molte ed interessanti dichiarazioni) due studenti hanno espresso concetti che servono a capire meglio ciò che è avvenuto.

Il primo ha dichiarato che il fare teatro gli ha fatto capire il punto di vista dell’attore, e gli ha aumentato la capacità di analizzare ciò che avviene sul palcoscenico.

Il secondo, esprimendo il non interesse verso il fare teatro, ha ammesso  comunque che il laboratorio teatrale in classe era servito ad entrare in una migliore relazione con  i propri compagni.

Due considerazioni che evidenziano un importante e significativo lavoro di elaborazione del vissuto. Due considerazioni che di per sé possono avvalorare la tesi secondo cui “In opera” ha raggiunto obiettivi di teatreducazione.

Come li abbia raggiunti pone un’altra serie di domande, peraltro importanti non solo per la auspicabile prosecuzione del percorso della scuola, ma per offrire un contributo al movimento del teatreducazione in quanto tale.

Proviamo qui a trovare alcune risposte:

1 - i risultati derivano da una forte motivazione del gruppo di insegnanti;

2 - derivano dalla sensibilità dell’operatore esterno;

3 - derivano dall’incontro felice tra il teatro di classe e un gruppo di studenti senza motivazione e soprattutto senza l’esperienza del fare teatro;

4 - derivano dagli studenti stessi i quali hanno attraversato – o si sono fatti attraversare – da un processo motivazionale caratterizzato emotivamente (l’ansia da performance, il formarsi del gruppo, lo spazio del grande teatro, il pubblico, etc.) ma anche elaborato con maturità;

5 - derivano da un processo educativo gestito in creativa ed originale autonomia dagli stessi studenti i quali, se sono responsabili della loro prestazione attoriale, lo sono anche per tutto quanto hanno elaborato durante il laboratorio e dopo la performance. 

Da queste brevi risposte-indicazioni emerge come il teatreducazione sia setting educativo a tutto tondo, dentro cui lo spettacolo finale è parte ma non sempre la principale.

 

Silvano Sbarbati

 

10 maggio 2006