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Fare i “conti”
Avere intrapreso – come abbiamo fatto da circa due anni – la ricerca di teatreducazione ci ha messo fin da subito davanti alla necessità di fare i conti con il teatro e con la educazione. Ovvero ci ha costretto a guardare sia il teatro che la educazione attraverso la lente di ciò che ci sembrava essere un nostro bisogno: ovvero quello di “equilibrare” il rapporto tra teatro/educazione senza avere la predominanza dell’uno sull’altra e viceversa. Avere una “lente” per noi dell’aite ha significato fare esperienze sul campo, fare esperienze concrete di conduzione di attività laboratoriali, di rapporto con la crescita di persone, di rapporto con l’organizzazione di spettacolo e di eventi, di rapporto con la formazione professionale, con la educazione alla teatralità, etc etc. Possiamo dire che negli ultimi mesi sono stati tre gli eventi che l’associazione ha vissuto come territorio da esplorare, nella direzione sempre chiara di comunque elaborare dal concreto gli elementi costitutivi di un pensiero. Questi tre eventi sono: - il festival Invento – un progetto di educazione alla teatralità, organizzato a Montefalcone di Val Fortore (Bn) dal 4 al 12 agosto scorsi; - Il “Cubo di Maria”, una performance presentata al teatro di Chiaravalle in occasione di un convegno internazionale sul rapporto tra il design e la pedagogista Maria Montessori, in data 26 ottobre 2008; - Il lavoriero su “Non si può recintare la luce” che ha dato vita al dono teatrale presentato il 9 dicembre 2008 presso la antica chiesa (sec XI) di S.Maria del Piano a Jesi (An), e prodotto durante sette appuntamenti serali.
I tre eventi sono stati caratterizzati da una “restituzione” fortissima ed intensa, che ancora avviene, attraverso lettere, blog, interventi su questo sito. Mi sembra opportuno in questa sede, cercare di far luce sul filo conduttore di questi tre eventi e su ciò che attualmente rappresentano – nel concreto – per il dibattito su teatreducazione, e per segnare la mappa delle esperienze a futura memoria.
Il festival Invento – come recita il sottotitolo – era un progetto di educazione alla teatralità: riservato in parte a gruppi di ragazzi provenienti da esperienze di teatro della scuola, in parte ad un territorio molto deprivato, che voleva cogliere l’opportunità di animare – a basso costo e massimo risultato – un periodo estivo attraverso la teatralità. Invento (seconda edizione) ha rappresentato una esperienza a forte impatto: nel senso che sia i giovani che gli adulti conduttori (operatori teatrali, insegnanti, organizzatori) hanno dovuto fare i conti soprattutto con il rapporto tra il fare teatro in tutte le sue forme ed aspettative e il fare formazione sulla persona. Il dibattito non si è ancora concluso ed è comunque un dibattito che fa emergere la difficoltà di parlare una lingua comune. Se è vero che teatreducazione fin dal suo nascere ha posto il tema/problema della parola ricondotta ad un senso preciso, si capisce come ancora operatori teatrali, insegnanti, giovani attori, organizzatori etc. abbiano lontana questa necessità, che sta alla base di teatreducazione. Probabilmente si è ancora agganciati alla convinzione che teatreducazione sia una parola diversa per nominare le stesse cose. Lo si capisce soprattutto dalla scarsa convinzione con cui si approda al momento essenziale di teatreducazione, ovvero la restituzione. Cioè il momento in cui si sente (e dunque si realizza) il bisogno di restituire – a se stessi e agli altri – il senso della esperienza vissuta, in modo trasparente, ruvido, senza finzione, nel rispetto di quel “patto etico” che l’aite mette all’inizio di ogni percorso di teatreducazione. Patto etico che, come è naturale, nasce dal dinamismo delle relazioni, non ha norme imposte se non quella di dirsi che non ci sono, appunto, norme imposte dall’alto. Il patto etico possiede, però, alcuni codici condivisi di comportamento, specie nella elaborazione del vissuto, specie nella restituzione. La ricerca attiva di questi codici è una delle specifiche di teatreducazione.
Il “Cubo di Maria” nella sostanza è stata una performance di due attori (una donna ed un uomo) per circa 12 minuti, su musiche originali di un giovanissimo compositore (22 anni). La conduzione (regia) di questa performance si è svolta in un lasso di tempo brevissimo, circa sei ore, ed ha portato sulla scena una persona per la prima volta in assoluto. La novità del progetto stava appunto nel cogliere una sfida produttiva – quella di mettere in relazione la Montessori con il design sul palcoscenico – attraverso altre novità: il poco tempo, la non-professionalità di un’attrice. La conduzione infatti si è agganciata a queste novità e, in tutta trasparenza registica, ha messo in relazione i due attori invitandoli a guardare la loro relazione. Il testo – come per miracolo – si è adattato perfettamente a quello che entrambi avrebbero/volevano dirsi. E’ interessante aggiungere che gli spettatori hanno avuto una forte impressione attoriale dalla neo-attrice e da questo è nato un dibattito/restituzione molto interessante, che ancora è vivace e sta scavando in profondità i temi della relazione interpersonale ma (qui è teatreducazione…) anche i temi della teatralità, del mettersi in gioco, dell’andare in scena, della regia, della leggibilità nei confronti dello spettatore, del rapporto con il testo etc. Il “Cubo di Maria” ha messo in risalto come sia possibile approcciarsi ad un prodotto teatrale professionalizzato in modo del tutto nuovo, molto più attento alla “educazione “ ma non per questo meno efficiente sotto il profilo della resa spettacolare. E’ stata una esperienza di ricerca pura, partita fin dall’inizio nella sfida di scegliere persone non coerenti al progetto secondo logiche squisitamente teatrali… La conduzione registica ne ha tenuto conto e, con la massima trasparenza, ha attraversato le “stanze nere” (l’assenza di idee registiche…) senza angoscia, senza ansia performativa ma con la sana ed onesta preoccupazione della consapevolezza di ciò che stava accadendo.
“Non si può recintare la luce” era un lavoriero condotto da un regista che lo faceva per la prima volta. Il gruppo era formato da persone adulte, dai 30 ai 60 anni. C’era un testo, c’era un tempo (sette settimane), c’era un luogo (la chiesa). Tre gabbie concettuali ed una conduzione molto basata sull’ascolto, una conduzione che non richiedeva “obbligatoriamente” la memorizzazione ma che anzi partiva – in apparenza – sempre da capo ad ogni appuntamento. Questa modalità fuori dai canoni del teatro amatoriale, per esempio, ha creato momenti di sconcerto e fino a poche ore dalla rappresentazione ha caratterizzato il clima del lavoriero. Sottolineo qui anche l’assenza di esercizi: non esercizi di movimento, non esercizi di fiducia, niente cioè appartenente alla grammatica ed alla sintassi dell’eserciziario del laboratorio teatrale: discussione, libertà di esserci, indicazioni di percorso, esercizi di consapevolezza. Il gruppo è andato mano a mano verso la direzione per cui la irritazione di ciascuno (per motivi differenti ciascuno aveva aspettative che non venivano attese in pieno…) si univa alle altre per dare vita ad un clima di tensione narrativa: ovvero la tensione che li ha portati a volersi raccontare dentro il testo. Quello che per certi versi era accaduto nel “Cubo di Maria”, qui però in altro modo, seguendo un altro sentiero, essendovi costretti dalla caratteristica del prodotto teatrale: più dono, niente teatro tradizionale, tempi dilatati, maggior numero di persone coinvolte, etc. Questo altro sentiero – per stare in teatreducazione – è il Primo Palcoscenico.
Silvano Sbarbati |