|
Non mi interessa… Quello spettacolo dal vivo…non mi interessa, l’ho già visto. Ha un senso questa affermazione? La domanda non appaia retorica, perché lo spettacolo dal vivo, in quanto tale, è sempre diverso, proprio in virtù del fatto che la relazione tra attori e pubblico cambia ogni volta. Le arti riprodotte (cinema, ad esempio) hanno solo un fattore mutevole: lo spettatore (al di là del setting tecnico e logistico). Per cui dire che non c’è interesse significa forse che l’evento non suscita più la curiosità della prima volta. E allora ciò significa che la seconda, la terza, etc.: la ripetizione della presenza dello spettatore che assiste perde senso? Su questo tema credo valga la pena di fare alcune riflessioni, soprattutto alla luce del Terzo Palcoscenico di teatreducazione, ovvero alla luce della necessità delle restituzione, della riflessione su ciò che è accaduto – in palco come in platea… Esiste la curiosità che nasce dal non conoscere qualche cosa. Rispetto allo spettacolo la curiosità può essere alimentata da molti fattori: - la fama degli interpreti - la particolarità del luogo - la novità della messa in scena - la fama dello spettacolo in sé - l’interesse dello spettatore per quel genere, per quell’opera - il clamore critico e mediatico E’ sulla curiosità che si riempiono le sale. Più è alta la curiosità più vale la pena di “andare a vedere”. Per fare poi che cosa? Ci si chiede poi, alla fine dell’evento, che cosa quell’evento ha rappresentato per la propria “esistenza di spettatore”? Poco o niente, e soprattutto ci si chiede se la curiosità è stata soddisfatta, come l’evento ha risposto al bisogno di cui sopra. Ovvero al bisogno di essere stupiti, di trovare qualche cosa di cui non si conoscono bene i contorni ma che vale la pena di essere inseguita e raggiunta, a prezzo di un…biglietto, di uno spostamento fisico, di un investimento del proprio tempo. Sappiamo anche che, nel teatro della scuola, la replica dello spettacolo è molto controversa. Molti insegnanti la temono come tensione inutile verso una specie di “professionismo negativo”. Spesso la replica è impossibile per motivi contingenti: le caratteristiche del gruppo, la collocazione entro i confini della didattica, le regole del gruppo che è scolastico etc. fanno sì che replica è una fatica improba, che non vale la pena di essere perseguita. Infatti, spesso le repliche diventano esercizi sterili di narcisismo, una forma di soddisfazione autoreferenziale che fa perdere quei risultati di crescita individuale e di gruppo posti come obiettivi all’inizio del progetto del fare teatro a scuola. Ma sappiamo anche anche lo spettacolo dal vivo… vive di ripetizione. Le compagnie, gli attori si muovono sul territorio e si danno ad un pubblico sempre diverso, in una logica di mercato che impone appunto la ripetizione. E’ anche giusto che uno spettacolo raggiunga molto pubblico (o viceversa) anche perché uno spettacolo è inserito in un mercato. Altro problema è quello della fine di uno spettacolo. Si decide, dopo uno o più anni, che quello spettacolo, con quelle persone, quelle caratteristiche deve essere smantellato e non più “venduto”. Sulla base di quali considerazioni? Semplicemente che il mercato non lo assorbe più, non lo “compra più”. Lo spettacolo si esaurisce in virtù del fatto che si pensa che non possa più stupire, non possa più attrarre pubblico. Ecco quindi che lo stupore, la curiosità del pubblico (alimentata nei modi più disparati) gioca un ruolo decisivo, determina il successo/valore di mercato della messa in scena. Il problema che mi piacerebbe mettere in discussione è: che cosa determina il successo/valore di mercato di un prodotto di teatreducazione? Silvano Sbarbati |