A mezza strada tra un “diario ed una relazione”: così definisce questo suo intervento Maria Rosaria Volpe. Insegnante di scuola primaria che lavora a Campagna (Salerno), da molti anni ha incontrato il teatro. Prima come attrice e poi come educatrice. Lungo questo suo percorso ha sviluppato anche una sensibilità forte per la formazione, conducendo laboratori in classe. La sua attività è attualmente all’interno della Associazione Culturale Teatro dei Di oscuri di Campagna, la quale organizza una rassegna di teatro della scuola e tutta una serie di appuntamenti formativi.

La ringraziamo per le riflessioni che vuole condividere sul sito.

 

A proposito di TeatrEducazione

 

Sono qui a parlare di TeatrEducazione senza avere la minima idea di cosa dire e da dove cominciare.

Sono così tanti i concetti che intercorrono in quest’espressione che la mia mente si spaventa al solo pensiero di dover dare loro un ordine che di per sé è impensabile.

Mi sforzerò di parlare con calma della mia esperienza di operatrice teatrale che interagisce con ragazzi della fascia della scuola dell’obbligo (l’età delle prime rivoluzioni emozionali, fisiche, sociali... tanto per chiarire le difficoltà relazionali che nascono in un laboratorio di qualsiasi genere), e che spesso si è trovata di fronte ad un nutrito ed eterogeneo gruppo di allievi, a volte di altra nazionalità, altre volte con diversa abilità fisica, disagiati sociali, introversi e iperattivi.

Una bella sfida! Ma il senso del “dovere sociale”, che non si esaurisce nel fare il proprio lavoro, ma prosegue nel portare avanti progetti nei quali necessariamente bisogna donarsi agli altri, mi ha imposto subito il primo passo: offrire ai giovanissimi un nuovo modello di teatro, che parta da se stessi, dal proprio vissuto, dal contesto quotidiano per offrire modello di crescita personale e sociale.

E così abbiamo giocato, giocato, giocato fin quando siamo riusciti a diventare un gruppo e non una squadra mal assortita di improbabili giocatori. I ragazzi all’inizio arrivavano per passaparola “al laboratorio dove non si fa altro che giocare” e dove i genitori, nei freddi pomeriggi d’inverno, potevano gratuitamente parcheggiare i propri figli. Poi il discorso comincia a prendere una piega più rigorosa, come il rispetto delle regole fondamentali del vivere comunitario, e l’affluenza al laboratorio si ridimensiona.

“Ma quando cominciamo a recitare?” La domanda arriva fatalmente un pomeriggio e allora mi si è imposto il secondo passo: resto fermamente convinta che il laboratorio teatrale non debba sfornare attori, ma spettatori consapevoli delle dinamiche teatrali, e quindi il mio obiettivo non avrebbe dovuto essere lo spettacolo finale.

Dopo una bella chiacchierata democratica abbiamo deciso di scriverci da noi una storia e parallelamente lavorare con un modo “diverso” di fare teatro, un metodo di lavoro che antepone l’uso dello spazio, del corpo, della voce, l’improvvisazione e l’interazione alla classica lettura, memorizzazione e messinscena del testo; i ragazzi stessi, incoraggiati da me, hanno toccato con mano la grande innovazione proposta che li rendeva più sicuri e naturali in scena rispetto ad una memorizzazione meccanica e non vissuta sperimentata a scuola da zelanti docenti che si improvvisano esperti teatrali.

I momenti più belli sono stati quelli della scoperta di culture diverse, di lingue e sonorità nuove per il nostro orecchio, del fervore di trovare i modi per inserirle nel testo che pian piano prendeva forma dalle trascrizioni delle improvvisazioni che facevamo.

Cominciavo a guardare quei ragazzi con l’occhio vanitoso della mamma che vede crescere i propri figlioli, diventare amici e complici; li incontravo per strada non più singolarmente, ma a gruppi; li sentivo organizzarsi per uscire insieme, magari a mangiare una pizza. E mi ritornava alla mente la frase: “E’ davvero bello vedere come il teatro riesca a coinvolgere non solo gli ‘alunni modello’,  ma anche i ragazzi apparentemente meno motivati!” di un insegnante che per la prima volta lavorò al mio fianco in un progetto di TeatroEducazione. In parole povere cominciavo a sentirmi soddisfatta del mio operato e per quanto mi riguardava potevo anche sospendere il laboratorio.

Ma si sa anche che bisogna render conto del proprio lavoro con un prodotto, soprattutto a chi non riesce a comprendere che la crescita emotiva, culturale, sociale di un individuo non è misurabile al pari di un muretto costruito, con altrettanta attenzione, da un bravo muratore. E così ho dato ai ragazzi la possibilità di provare l’emozione dell’attore che recita davanti ad un pubblico sconosciuto e abbiamo portato in scena il nostro spettacolo, sotto gli occhi lucidi delle mamme e quelli severi degli insegnanti. Le papere? Gli errori? Durante le improvvisazioni abbiamo imparato insieme a riderci su e a farne tesoro per non sbagliare in seguito, ma soprattutto che fanno parte del nostro essere umani e pertanto non dobbiamo vergognarcene, anche perchè “chi non fa, non sbaglia!”

 

 

M. Rosaria Volpe