Rigoletto sono io

Teatro delle Muse – progetto liricabile – 13 maggio 2009

Una restituzione

Dopo l’ultimo applauso, che arrivava quasi a toccare i protagonisti della performance, dopo l’ultimo scroscio di mani, appena un attimo dopo la nascita dei commenti incrociati, degli incontri, dei saluti affettuosi o commossi, dopo tutto questo ho ricevuto, da una persona “addetta ai lavori”, un suo aggettivo a commento di ciò a cui aveva appena assistito :”straordinario”.

Un commento riceve sempre una reazione istantanea : di piacere o dispiacere. La mia è stata di piacere incerto, perché già lì per lì sentivo, senza saperlo con chiarezza, che quell’aggettivo non mi bastava oppure non mi apparteneva oppure non mi trovava d’accordo.

 

Al Ridotto delle Muse c’era un pubblico motivato: dai propri sentimenti verso la disabilità, dal mestiere legato ad essa, dalla sofferenza vissuta sulla pelle, da motivi di curiosità professionale o amicale. Ci si accompagnava come verso una specie di cerimonia particolare: perché eravamo dentro il rito del teatro, ma a questo si aggiungeva un elemento nuovo, la disabilità, che in questo era valore aggiunto.

La disabilità come valore aggiunto? Per lo spettatore, certo, per noi spettatori. Non per i cosiddetti disabili codificati dalla scala di valore della efficienza psico-motoria elaborata dalla nostra civiltà contemporanea. Loro, i protagonisti, questo valore aggiunto non ce lo potevano avere. Loro erano il valore aggiunto.

Poi. In ulteriore aggiunta, la sfida spettacolar-teatral-drammaturgica-educativa-terapeutica-culturale dell’abbinamento con la lirica, con il melodramma.

Mi sono subito detto, in una riflessione improvvisata e non verificata, che forse noi eravamo Rigoletto. Il titolo “Rigoletto sono io” riguardava gli spettatori.

 

Vedere muoversi sulla scena i cosiddetti disabili ci pone subito nella condizione di essere “commossi”, benevoli, affettuosi e comprensivi.

Rispetto a chi o rispetto a che cosa? Credo che noi portavamo rispetto alla disabilità, piuttosto che alle persone che la incarnavano. Sottilmente, mi dicevo io, abbiamo paura di essa: abbiamo paura dei corpi deformi, della parola espressa con difficoltà, dei movimenti inconsulti, delle carrozzelle.

E abbiamo anche paura di pensarci, noi, come genitori o figli o parenti di quelle persone. Paura e dolore vanno insieme.

Qui, nel clima della cerimonia un po’ festosa ed affettuosa, questa paura stava in disparte, e veniva sublimata dal sentimento di benevolenza: come non voler bene, come non essere affettuosi verso quelle persone che ce la mettevano tutta a fare il loro compito?

 

Compito…Ma quale era davvero il loro compito? Non  certo quello di mettere in scena una bella performance. E allora? Cosa ci aspettavamo da loro? Cosa mi aspettavo io quella sera al Ridotto?

Di assistere ad uno spettacolo che sapevo già “imperfetto”, ma ricco di un valore aggiunto (eccolo qua, di nuovo) che avrei apprezzato e mi avrebbe arricchito.

Ricchezza? Quale tipo di ricchezza? Solo la disabilità oppure qualcosa di altro? Una cosiddetta emozione sulla disabilità la possa avere anche semplicemente avvicinandomi all’handicap in una situazione quotidiana, ordinaria.

 

Ma no, al Ridotto tutto era straordinario. Già.

Per questo mi è sorta subito l’assonanza con l’ordinario. Stavamo assistendo all’ordinario che diventa straordinario…Ma questo miracolo di trasmutazione della materia e dei pensieri a che cosa era dovuto?

Bravura attoriale? Buona disposizione d’animo dello spettatore? Etc etc.E si torna sempre al valore aggiunto, alla disabilità come valore aggiunto.

Durante la performance mi sono reso conto di come il conduttore-regista avesse lavorato mettendo in atto soprattutto la disciplina dei gesti, dei tempi, del ritmo. Che in realtà fosse stato come il direttore d’orchestra …della disabilità.

Per farlo, però, forse occorreva che anche lui conoscesse musica e strumenti.

Come potevo capire se ciò fosse vero?  Come verificare che la sua direzione fosse davvero consapevole e non una sovrapposta modulazione della propria visione del mondo “usando” la disabilità?

 

Non riuscivo a capire. Non riuscivo a capire dove si trovasse la risposta a questa mia domanda, fino a quando il conduttore-regista non ha preso in braccio un attore e ha ballato con lui.

In altre occasioni sarebbe stato un gesto di assistenza e cura, ma lì, in quel contesto, soprattutto con il desiderio dell’attore di esserci e di fare, l’averlo preso in braccio è stato un gesto, è stato “il gesto” che mi ha dato la risposta che cercavo.

Ecco qui: il disabile ha cercato aiuto nella abilità del suo conduttore-regista. Poco importa che l’idea sia stata  forse del regista: essenziale era che l’attore aveva deciso di affidarsi a lui per svolgere il proprio compito attoriale, appunto.

 

E il gesto di forza del regista, che avrà faticato a sollevare un corpo pesante, quel gesto di fatica, è diventato la chiave dello spettacolo: scrivo spettacolo, perché qui la performance è diventata spettacolo, con tutta la purezza del vocabolo che uso.

Dentro quel gesto si trova, credo, anche tutta la forza di una relazione che ha sedotto tutti i protagonisti, ormai “innamorati”del loro conduttore che appunto li ha condotti…condotti dove?

 

Un’altra domanda ancora.

. Non hanno imparato niente di misurabile, lo so. Nessuna cognizione (salvo la profondità del pensiero di un Rigoletto in carrozzella che ci ha regalato il suo paradosso della malattia), credo che non si tratti di aver imparato a stare in scena.

Forse, scrivo forse con molta convinzione, il conduttore-regista li ha condotti sul territorio dell’ordinario. Li ha portati a ra-presentare se stessi. Ben visibili nelle forme della loro sofferenza (che è quella ordinaria di tutti i giorni), ben visibili nelle forme del rapporto che hanno con la stessa sofferenza (la stessa di prima: ordinaria).

 

La definizione conclusiva che potrei dare adesso di quello che ho visto è: uno spettacolo ordinario.

Che non è aver messo in scena l’ordinario della quotidianità. Ma è aver ra-presentato l’ordinario, nella consapevole esistenza di chi lo vive e lo vuole mostrare “di per se stesso” agli altri, al pubblico.

 

Poi, tutte le emozioni, l’affetto più o meno circolante tra le poltrone, o tutte le altre indicibili trasformazioni degli umori di ciascuno, tutto quanto era presente in noi e tra noi, credo che abbiano avuto vita breve.

L’ordinario continua.

 

Silvano Sbarbati

Dalle 18.00 alle 18,40 del 14 maggio 2009