ALCUNI S/PUNTI
La prassi, il fare, informa il pensiero. E’ vero. A patto però che si garantisca il tempo della parola, dell’immaginazione che elabora partendo dai frammenti, riempendo i vuoti del mosaico, e poi via via spaziando, sforzandosi di cogliere il senso generale della storia. Si può costruire un movimento culturale solo raccontandolo, compiendo larghi movimenti dal particolare al generale, e viceversa, consapevoli che ciò che rimane del nostro sguardo, sono, alla fine, intuizioni brevi. Mi è capitato recentemente di vivere l’esperienza del tutto straordinaria di Invento, primo festival di teatri giovani. Un gruppo alquanto eterogeneo di ragazzi di varia provenienza, educatori, professionisti, musicisti, liberi pensatori, ha animato le vie e le piazze di Montefalcone in Valfortore, un paesino del Beneventano. Esperienza del tutto straordinaria, dicevo, perché simile a un grande setting di teatreducazione. Ciò che spesso faticosamente intuiamo, diventa improvvisamente chiaro nell’esperienza del fare, dell’accadere in presa diretta. Certamente ciò che vediamo non è tutto quello che accade veramente, ma sta alla nostra sensibilità di educatori affinare uno sguardo e un orecchio sensibili: l’essenziale è invisibile agli occhi, si dice in un famoso libro. Le brevi intuizioni che seguono nascono da questa esperienza sul campo e rafforzano in me la certezza di una mia personale ignoranza; ma anche l’urgenza di uno sforzo speculativo e visionario collettivo, da realizzare in seno a una Comunità che avverto tiepida e distratta.
*** TESTO Nel teatreducazione il testo è qualcosa che mi/ci riguarda. Non un testo qualsiasi, ma qualcosa che si innesta nel personale cammino di un singolo, di un gruppo, e che assume la funzione di metaforizzare qualcosa. Questo “mi riguarda”, costringe a fare i conti con la propria crescita, con la consapevolezza dei propri limiti ma anche delle proprie possibilità. DONO Se il teatreducazione elabora metafore della Comunità, esso è un dono metaforico, appunto; oggetto non donato solamente per il piacere degli occhi ma in funzione della consapevolezza e del cambiamento. Il dono è una freccia nel cuore; il dono provoca dolore, che è dolore sopportabile, non lancinante, ferita che ci fa cogliere le contraddizioni e l’urgenza del compiere un passo avanti. L’atteggiamento del dono, la dichiarazione ante litteram, del gesto, implica un atteggiamento nuovo: l’accoglienza, la rinuncia alla personale paura di non apparire, di non essere mostrato. In questo modo è possibile afferrare per le corna la bestia nera del narcisismo personale e della seduzione. Il dono “smargina”, smangia, denuda, intacca la maschera della finzione. IL GRUPPO Nel teatreducazione la capacità di stare insieme, che non è ubriacatura e pura goliardia, è l’elemento fondante del movimento. Stare insieme vuol dire utilizzare la sensibilità dell’ascolto, dell’etica della condivisione delle differenze, spalancando le orecchie, pronti a cogliere e a vedere ciò che gli altri non vedono: vedere e far vedere. Se non si vede nulla, il gruppo è pura accozzaglia e non accade niente. Il gruppo può ferire o soffocare, proprio perché esso tende ad appiattire là dove invece occorre finemente ricamare. Questa capacità di “essere fini” precede il teatro, la rappresentazione, l’estetica. BREVITA’ Nel teatreducazione c’è un atto veloce, intuitivo, in cui velocemente si realizza una concentrazione, una rapidissima capacità di cogliere l’essenziale, altrimenti si entra nella logica, complessa, dell’operazione estetica. Si può dedicare molto tempo a uno spettacolo, con perizia e fatica, e non accorgersi di aver compiuto un errore a monte. La bellezza non ha tempo né durata. Forse, in questo senso, è necessario compiere operazioni spettacolari brevi. PRIMA Nel teatreducazione c’è il teatro all’inizio, nel senso che si sposta l’attenzione su ciò che avviene subito, prima che i giochi siano fatti. Nel teatreducazione c’è la scoperta del “qui” e “ora”. Questo perché, quel momento della promessa della ripetizione che noi chiamiamo “educere”, si realizza nel tempo presente dell’incontro. Il resto è rievocazione e rimpianto. POVERTA’ Il teatreducazione è povero. Fare con niente. Utilizzare gli oggetti poveri, senza storia, costringersi all’adattamento; a rinunciare “al taglio di luce”; a costruire sulle cose, nel dialogo delle voci, piuttosto che imporre alle cose, alle persone, la nostra visione. Povertà è la bellezza della rinuncia, là dove ci accorgiamo che la vita, l’incontro, ricamano bellissime trame, molto più belle di quelle che avevamo annotato sulla carta. Nel teatreducazione la creazione è quasi sempre collettiva e questo risiede nella natura stessa dell’atto dell’educere: non si educa qualcuno; ci si educa. Quindi si crea insieme. Nel teatreducazione lo spettacolo è un’occasione di incontro, non di attaccamento. Non essendo un oggetto finito, esso si dona agli spostamenti, alle rielaborazioni; alle decostruzioni; alle distruzioni. Lo spettacolo è un luogo di attraversamento per sé e per gli altri. PERSONA E GRUPPO Al centro del teatreducazione vi è la persona, intesa come soggetto interagente in un gruppo - e rielaborante, nella personale stanza della propria intimità. Stare sempre nel gruppo non basta o non sempre è necessario, così come starsene sempre in disparte. L’aspetto comunitario e quello intimo del proprio rispecchiamento, sono due elementi del teatreducazione di cui bisogna tenere conto con grande sensibilità. Lo stare insieme, nel teatreducazione, non è solo festa. Garantire dunque spazio alla rielaborazione, per permettere alla persona questo passaggio/cambiamento dalla Comunità al Sé più consapevole. ETICA Il teatreducazione è un atto che precede il teatro. Non è possibile formulare un protocollo d’intesa senza che questo sia preceduto da un “essere compagni”, etimologicamente: coloro che dividono il pane, cum panis. Si tratta di recuperare, nel seno del movimento, il senso di parole che non ci dicono di un fare, di una techné, ma di un essere. Se molta discussione si è sviluppata sul come, occorre riprendere con grande umiltà la questione dell’essere persone prima che artisti, educatori, pensatori, insegnanti, organizzatori. Questa è una grande questione del novecento sulla quale si sono macerati molti pensieri ma sarebbe molto salutare che la questione venisse posta in termini coraggiosi, anche a rischio di dolorosi scollamenti. PAROLE NUOVE Il teatreducazione ha bisogno di parole nuove, archiviando quelle ormai abusate di cui si è perso il significato ma che vengono ancora adoperate nella confusione etimologica e nell’inconsapevolezza della loro storia: laboratorio, rappresentazione, performance, etc… Ci troviamo, sicuramente, in una fase di grande stagnazione. Le parole nascono dall’esperienza e sottintendono un fare verificabile. Occorre chiarire il senso del proprio fare, il pensiero che informa ogni prassi: per una consapevolezza delle poetiche e per correttezza etica. Ogni cosa ha bisogno di uno specchio, di una propria immagine riassunta e astratta: e questa cosa è la parola. LIBERTA’ Il teatreducazione non vincola ma libera. Crea occasioni per le persone e di questo è necessario tener conto, per esempio, in sede di programmazione. Non sono auspicabili, a mio avviso, modelli troppo prevedibili, né una programmazione imprenscindibile. Occorre, piuttosto, una propensione alla maieutica. EFFETTO ROBINSON Nel teatreducazione si realizza qualcosa che rozzamente chiamerei “effetto Robinson”: obiettivo comune, situazione problemica, capacità di inventarsi strategie e strumenti. Poco aiutano le dichiarazioni metodologiche a monte, il progetto scritto, quanto la capacità naturale di adattarsi, che, quanto più viene demandata alla libera iniziativa, alla capacità di porsi domande e formulare risposte, tanto più si mostra efficace.
martedì 15 agosto 2006 Sebastiano Aglieco |