Lo sguardo esterno

 

Lo sguardo esterno lo definiamo tale, anche se nel corso del dibattito e delle riflessioni sta venendo avanti la ipotesi di togliere l’aggettivo “esterno”.

Però, resta il fatto che la riflessione è partita con tale aggettivo e, in itinere, crediamo opportuno mantenerlo per avere chiarezza. E, anzi, sguardo esterno conviene che sia sintetizzato in s.e. per rapidità di lettura.

 

“Per l’osservatore però – e qui solo comincia l’educazione – ogni azione e gesto infantile diventa un segnale. Non tanto, come piace allo psicologo, segnale dell’inconscio, delle latenze, delle rimozioni, censure, ma segnale da un mondo in cui il bambino vive e comanda”. (W Benjamin, Programma per un teatro proletario dei bambini, 1924-28).

Questa citazione ci è servita (durante un lungo dibattito sullo s.e all’interno dell’Associazione Italiana Teatreducazione) per gettare luce su alcune idee di fondo.

L’idea dello s.e. nel laboratorio teatrale di teatreducazione prende sempre più forma come strumento per recepire “segnali”.

E anzi, in ultima analisi, il laboratorio di teatreducazione si caratterizza  proprio per la presenza dello s.e.

 

In più, la affermazione di W.R. Bion secondo il quale “…molte interpretazioni del gruppo devono essere date in base alle reazioni emotive del conduttore…”ci sembra avvalorare la tesi  della opportunità/necessità che lo s.e. funzioni appunto come sguardo che interpreta ciò che il conduttore fa con/nel/del gruppo. Con quali modalità, questa la questione che è ancora oggetto di ricerca.

 

E veniamo a sintetizzare alcune scoperte teorico/pratiche sullo  s.e.

 

1.    Lo s.e. dà senso al processo formativo del laboratorio di teatreducazione.

2.    Lo s.e. deve essere annunciato/presentato al gruppo da parte del conduttore.

3.    Lo s.e. può modificare la relazione del gruppo con il conduttore e la relazione del gruppo con se stesso.

4.    Lo s.e. può parlare al gruppo e/o al conduttore in modo separato.

5.    Avendo lo s.e. una sua “carica negativa” di partenza, è opportuno che prenda parola su sollecitazione del conduttore, durante il laboratorio oppure( necessariamente) alla fine del laboratorio.

6.    Lo s.e. può essere portatore di un trauma nel percorso laboratoriale: è un rischio da correre nel “calcolo” della sfida formativa che  si appresta a fare il conduttore e lo s.e.

7.    Lo s.e. porta con sé sempre una visione dei fatti laboratoriali. Questa visione è messa disposizione del gruppo attraverso uno “stile” che in piena autonomia è praticato dal ciascun s.e.

8.    In termini metaforici, lo s.e. appare essere una porta che si apre e si chiude, facendo entrare ogni volta le cosiddette “novità interpretative”.

9.    Resta aperto il problema della formazione delle competenze dello s.e. Un problema che comunque riguarda anche ogni conduttore di laboratorio di teatreducazione.

10.                  La formazione dello s.e. avviene all’interno della esperienza del laboratorio, ma anche all’esterno dello stesso, in uno scambio successivo ed ulteriore con il conduttore, sia a livello individuale che collegiale.

11.                  Appare chiaro che conduttore e s.e. devono partire da una relazione di reciproca fiducia sulle competenze.

 

 

Silvano Sbarbati