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ANCORA SUL SENSO DELLE PAROLE Si scambia spesso il senso della parola “educare” con l’espressione “essere educati”. Nell’eccezione corrente essere educati vorrebbe dire avere ricevuto un vademecum di comportamenti ai quali attenersi, ai quali essere conformi. Ecco: essere educati vorrebbe dire essere conformi, non andare fuori misura, mantenersi entro certi limiti e di conseguenza venire giudicati per ciò che l’altro si aspetta; secondo le tracce di un piano che prevede arrivare da qualche parte, dopodiché non accade più nulla perché il compito dell’altro si è esaurito. Questo “altro” è l’adulto; il tutor, il maestro, incaricato dall’Ente, di attenersi ai programmi, all’istruzione. O il genitore, che insegna a comportarsi bene a tavola, a usare le posate piuttosto che le mani, a dire buongiorno e buonasera, a non bestemmiare; insomma, a rispettare il protocollo, seppur necessario, della convivenza civile, della Comunità. Tutto questo sarebbe educazione; conformarsi, educativamente. E che succede, invece, se si alza la voce, dove per alzare la voce intendo un comportarsi, piuttosto che un conformarsi? Questo non è educativo: dicono spesso gli insegnanti ai colleghi quando dissentono; dicono gli insegnanti dei genitori quando non condividono i contenuti, i metodi del loro fare; o l’assenza di un’educazione. Questo non è educativo, si dice della televisione, del cinema dei mezzi di informazione, degli usi e costumi correnti. Questo non è educativo, dice talvolta, e qui veramente talvolta, l’allievo del suo insegnante, degli adulti, e questo è una novità, forse, che varrebbe la pena di indagare con strumenti più raffinati. Mi chiedo: questo allievo, se non ha paura di dire, di mettere in discussione, dice per conformarsi a sua volta, perché ha imparato a stare al gioco del piano, del progetto?; all’interno del quale egli è attore, spesso in una situazione ambigua in cui a volte gli viene chiesto espressamente di rimanere alunno, di non alzare la cresta; altre volte invece gli viene rinfacciata l’immaturità di piantina già in ritardo, che avrebbe dovuto già presentarsi con le sue grandi foglie piuttosto che continuare ad esibirsi in singulti adolescenziali. Questo suo dire all’adulto – tu sarai pure un educatore, ma non è tutto educativo ciò che fai, deriva dalla capacità di prendere atto di una stanza vuota che improvvisamente si apre nel piano, oppure dall’essere già diventato, anche se inconsapevolmente, l’adulto che a sua volta già giudica da adulto, che ha già imparato a conformarsi, che ha già scambiato il significato di educare con quello di comportarsi educativamente? Che ha dimenticato, insomma, il bambino che fu una volta? Esiste, a monte, l’importanza e la necessità di usare le parole nel senso asettico - ma solo per noi - del loro essere fuori dal mondo; perché le parole, per il mondo, sono quasi sempre strumenti per agire. Le parole sono progetti, armi, bombe che spesso bisogna disinnescare; o tesori che siamo invitati a scoprire. Nell’usare le parole per quello che significano ora, in questo momento, nel contesto della Comunità che ne condivide un senso, vuol dire anche prendere coscienza della consapevolezza del loro mistero, della loro potenzialità. Teatreducazione vorrebbe far uso delle parole in questa loro possibilità di emanare altro senso, di indicare le porte che conducono fuori dalle mura della città che abitiamo, non solo per stare ma per fondare altre città. Questo presuppone la capacità di denudare/rsi, di non proteggere/rsi a tutti i costi, pur sapendo che si può incorrere nel rischio di essere considerati fuori misura, nel senso di non avere forma, perché ogni forma ha sempre una misura. Questo cercare un’altra forma delle parole, guardare a distanza - terzo palcoscenico - è lo sguardo che ci porta, che ci deve condurre anche, o soprattutto, fuori da noi stessi, a guardare il luogo che abitiamo, la città, la comunità, dalla stessa prospettiva che utilizzano i paesaggisti quando dipingono. Questo dopo che ci siamo sporcate le mani nel luogo del teatro, dell’accoglienza e del dono del mostrarsi. Non possiamo, dunque, rimanere nel senso delle parole condivise dalla Comunità. Non totalmente. Questo atteggiamento ci colloca vicino alle palizzate, al baratro del rischio del non capirsi, ma è necessario. Normalmente le persone usano le parole per farsi capire e capire gli altri ma questo non basta. E sappiamo che, nel momento in cui ci assumiamo il rischio di indicare, attraverso le parole, la potenzialità del progetto, allora il rumore, lo stridore del mondo aumenta. Ma è necessario. E’ necessario perché tutte le città crollano prima o poi, tutti i sensi ci soffocano. E lo capiamo nel momento in cui il silenzio diventa il grande signore dei nostri discorsi, o peggio ancora il Morfeo che tutto addormenta e confonde. Il silenzio, per esempio, delle nuove generazioni. Educare, dunque, il cui senso è stato ampiamente chiarito in questo sito, non vuol dire fare in modo che si diventi educati. Nel piano dell’educere ha ruolo e significato ciò che insegna ad affrontare, a prendere atto. Un buon insegnante non dice mai che tutto è perfetto e non viene sempre a scuola vestito con la cravatta. E non viene a scuola vestito sempre con i jeans. E non dice mai che è tutto tranquillo. E non nasconde il suo disappunto o la sua gioia, o la sua sofferenza. Un buon insegnante è colui che vede e fa vedere, altra definizione adottata dal teatreducazione. Nel piano dell’educere non c’è rottura. C’è, piuttosto, il permettere e il prevedere il tradimento. E tradimento vuol dire consegnare la tradizione, passare la tradizione; altro senso che la modernità ha tradito. In questa consegna qualcosa si perde e qualcosa si mantiene, ma non si perdono mai il luogo e la parola che hanno accolto maestro e discepolo. Rimane fondamentale nel piano dell’educere, il luogo, il tempo dello stare insieme. Che attutisce le cadute, dà senso alle sfuriate del maestro e alle incomprensioni dell’allievo. Che, se accolte, ci permettono di imparare le sfuriate e le incomprensioni che noi conosceremo nella vita e di capire la tensione delle persone che ci hanno seguito con onestà e passione; le quali, in fondo sono molto simili a come diventeremo noi stessi. Sebastiano Aglieco |