Lo sguardo esterno visto dallo…sguardo interno

 

Succede che una giovane laureanda in medicina incontra il teatro.

Succede che questo incontro le fa scoprire, un po’ dolorosamente, il suo limite di attrice/interprete.

Succede anche che questa scoperta si accompagna, tempo dopo, ad un’altra scoperta: quella che il suo limite è tutto “suo” e dunque spetta a lei arrivarci, da sola, e senza modelli imposti da un qualsivoglia regista/conduttore di laboratorio teatrale.

 

In ultimo, questa giovane laureanda incontra il teatreducazione in un laboratorio e incontra lo sguardo esterno (da adesso s.e.).

Questo incontro la incuriosisce e le fa nascere alcune domande che mi gira con intelligente ed acuta umiltà da neofita (?). Lei parla di uno “sguardo interno” al gruppo, definendo se stessa.

Ecco la sue domande, alle quali tento di dare, pubblicamente sul sito, una risposta sufficiente e chiara.

 

1.

Quanto è reale il rischio che lo s.e. possa ridursi ad essere puramente un co-conduttore?

 

Il rischio esiste nella pratica laboratoriale, e si sostanzia nella qualità delle persone che svolgono i ruoli di conduttore e di s.e. Però, perché definire “riduzione” il fatto che lo s.e. possa diventare un co-conduttore? Come se una co-conduzione fosse una diminuzione della qualità del laboratorio o della qualità del conduttore (il che forse è la stessa cosa nella testa della nostra giovane laureanda?). Se diciamo che lo s.e. è funzione essenziale nel laboratorio di teatreducazione,. Qualsiasi cosa succeda è “giusta”: nel senso della direzione della ricerca. Poi sulla qualità si può discutere sempre e comunque. Anzi, si deve discutere, così come ci stiamo dicendo a proposito dello “stile” delle competenze dello s.e.

 

2.

Quali dinamiche devono essere il principale obiettivo della attenzione dello s.e.?

Bion, nella citazione apparsa sul sito nei giorni scorsi, credo che possa dare una risposta in merito: interpretare il conduttore è più importante di tutto il resto, perché il conduttore (la sua emozione nel fare questo ruolo) determina molte dinamiche del/nel/per il gruppo. Questo penso io, ma il dibattito è ampio e certamente la discesa dalla enunciazione teoriche alle pratiche laboratoriali dovrà dirci ancora molto sulla giustezza di queste intuizioni.

 

3.

Che posto occupa nello spazio, metaforicamente ma concretamente parlando, la figura dello sguardo? Alla stessa altezza dei partecipanti, sospeso in aria, perfettamente ortogonale al tutto, fuori della porta?

 

Questa domanda pur essendo una domanda illumina tutta la ricerca sullo sguardo esterno. Mentre la nostra giovane laureanda scriveva il suo testo, non poteva andare a leggere un testo che sarebbe stato pubblicato sul sito nella giornata del 16 novembre 2006. In questo testo si riassumeva  il dibattito di un gruppo di lavoro: e tra i punti emersi c’è quello della “porta”. Una stessa metafora per le stesse funzioni. Mi pare molti interessante il bisogno di un partecipante di sapere “dove” stia lo s.e. rispetto a se stesso. Saperlo dietro le spalle o sospeso per aria cambia le cose in modo notevole. Ma la metafora della porta (stare fuori o dentro- aprirla-chiuderla) è sicuramente illuminante. Lo s.e. sta/è una porta che si apre e si chiude; che apre e chiude uno spazio/sullo spazio attraverso le  interpretazioni che offre al conduttore e ai partecipanti.

Una porta è comunque qualcosa che inquieta (forse è da qui che deriva la “carica negativa” dello s.e. che tutti concordano nel riconoscergli come elemento costitutivo). Aprirla e chiuderla è un gesto che sorprende sempre e comunque. Aprirla e chiuderla è una creazione di stile formativo: ciò che vorrebbe essere la funzione dello s.e. nelle attività di teatreducazione.

 

Una ultima annotazione. Le tre domande arrivano da una giovane laureanda. Una persona che comunque è in formazione, anche se nella sua ultima parte (che prelude all’entrata nella vita professionale: porta che si chiude - porta che si apre…). Non è caso, dunque, che questi interrogativi sullo s.e. siano scaturiti proprio da chi in questo periodo della propria vita ha una particolare sensibilità verso tutto quello che sembra essere interessante alla crescita e alla crisi che ne deriva.

Queste tre domande, e la persona che le ha poste, credo che dimostrino l’importanza dello s.e. e la necessità della riflessione che va fatta su di esso.

 

Silvano Sbarbati