Ho messo da parte la pagina di un quotidiano nazionale di qualche giorno fa perché conteneva una interessante intervista  con Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, ma soprattutto perché aveva un gran bel titolo. “Il teatro sa più della politica”.

Escobar riassume così il suo lucido esame sull’oggi: “…la politica dà l’impressione di respingere la riflessione sulla cultura perché non la considera immediatamente redditizia: provate ad osservare tutte le forme di produzione del pensiero e vedrete cosa resta dell’economia dell’economia senza la cultura”.

La scorsa settimana mi sono visto alcuni spettacoli del “Piufestival”, la nuova sigla che Cristoforetti ha inventato per disegnare una gicane rispetto alla pista evidentemente un po’ troppo battuta – secondo lui – del circo contemporaneo. Ebbene, anche per entrare nella diffusa discussione aperta dalle nuove scelte, a me è sembrato un gesto utile offrire alla città l’opportunità di ritrovare nel teatro un luogo che, insieme a divertimento intelligente, offra una lettura delle aspettative che si agitano nella nuova società: nel senso della ricerca, dell’internazionalità, dell’interdisciplinarietà, della diversità.

Certo, il circo – pur avendo scoperto alrte e più aggiornate dimensioni – era più “popolare” (quando mai ci intenderemo su questo termine, che tende spesso a ridurre a mediocrità quantitative la spendida unità dell’individuo? quando mai?).

Ma ci sono, e ci saranno, altre occasioni per le famiglie con i bambini. Il teatro deve offire spunti, occasioni, pensieri. Non può curare da solo, di volta in volta, spezzoni di società: oggi i giovani, domani gli anziani, le casalinghe, i filosofi e i pescatori subacquei.

E poi, più gente viene e meglio è. A Brescia, duemila anni fa, la sera nel teatro romano si trovavano in quindicimila (era teatro “popolare”? Oggi capita ancora a Siracusa: sarà teatro popolare?).

Oggi, qualche centinaio di persone si ritrovano – che so – al Teatro Sociale per Pippo Del Bono. E il teatro vive, per fortuna. E domani? Saremo di più o di meno? Forse di meno, ma ci saremo. Forse quindicimila, tutte le sere d’estate, nel teatro dei bresciani antichi.

 

Renato Borsoni

Pubblicato su “il brescia” del 14 luglio 2006

 

Come sempre Renato Borsoni, dall’alto di una saggezza sempre fresca e sempre “al presente e sul presente”, riesce a dare senso a ciò che avviene a livello delle cosiddette “temperie culturali”.

Il teatro non può curare, da solo, di volta in volta, spezzoni di società, dice Borsoni difendendo le scelte culturali di Gigi Cristoforetti con “Piùfestival” organizzato a Brescia.

Il teatro non è una terapia, dunque.

Teatro, dice Borsoni, come “…luogo che, insieme a divertimento intelligente, offra una lettura delle aspettative che si agitano nella nuova società: nel senso della ricerca…”.

 

Bene, se immaginiamo di tradurre queste affermazioni all’interno del movimento di teatreducazione – quello che a noi interessa come focus di ricerca e di prassi operativa – potremmo condividere subito e pienamente:

-         il teatro non deve, perché non può, essere  terapia. Se lo è, in qualche occasione o in qualche setting creato apposta, bisogna prenderne atto consapevolmente come una delle possibilità che il teatro offre nella sua pratica;

-         teatro come luogo…Quando noi del teatreducazione parliamo di “setting” è questo proprio che intendiamo. Teatreducazione si realizza, esiste quando viene creato un setting, “un luogo che “offre”, dice Borsoni.

-         un”luogo che offre” fa venire in mente subito il “dono”. Noi di teatreducazione abbiamo introdotto il concetto di dono teatrale al posto di puro e semplice spettacolo. Questo la dice lunga sul bisogno che viene da lontano, da molto lontano, di far tornare il teatro alla teatralità, nel senso di legarlo ai fatti antropologici, al senso della “lettura delle aspettative” come dice appunto Borsoni nel suo intervento.

 

C’è una straordinaria sintonia tra il movimento di teatreducazione (che si sta portando avanti con grande ma appassionata difficoltà) e le intuizioni di un organizzatore sensibile come Gigi Cristoforetti e le valutazioni di uno sguardo esperto e ricco di esperienza e di “storia fatta sul campo” di Renato Borsoni.

Questa sintonia – che non nasce da progettualità o ideazione concordata, ma dall’incontro di percorsi individuali di ricerca – probabilmente conferma un dato: i tempi sono maturati per dare frutti più consapevoli rispetto alla creazione di “un luogo dove…”.

Il  movimento di teatreducazione (dalle aule di scuola, dalla rassegne più o meno importanti, dalla ricerca di tanti operatori teatrali, dalle scoperte di tanti ragazzi) si alimenta da una sorgente che forse è quella primigenia del teatro.

Ci siamo, insomma.

 

s.s.