LO SGUARDO ESTERNO COME OCCASIONE DI FORMAZIONE

 

E’ vero che non si finisce mai di imparare.

Ieri sera osservavo i miei ragazzi diventati grandi mentre si cimentavano in un’ esperienza di conduzione condivisa.

Il gruppo attualmente è composto da un adulto -  un professionista nel campo della regia teatrale -   una ragazza e quattro ragazzi, di cui due lavorano con me da più di tredici anni.

Il nostro incontro settimanale si sta strutturando, quasi naturalmente, secondo la modalità dello sguardo esterno nel modo che spiegherò: la conduzione laboratoriale è condivisa, nel senso che, ciascuno, a turno, durante la lezione, si assume la responsabilità di guidare i compagni per il tempo che ritiene opportuno, o secondo le indicazioni di una voce fuori campo che scruta e osserva. Questa voce fuori campo è lo sguardo, che per il momento, solo per il momento, è di mia competenza .

Ciò che si vede da fuori, dopo molti anni di conduzione da dentro, rientra nella sfera dell’emozione del passaggio del testimone. Ma è anche un vedersi, scoprire come la modalità della conduzione sia un testamento trasmissibile. E qui vorrei accennare al concetto di tradimento, che meriterebbe ampio approfondimento.

L’etimo ci riconduce a tradizione, consegna di una tradizione. Questo presume un cambiamento, così come è necessaria una modificazione genetica per la nascita di altre forme. Ora, io vedo, da una parte, un imitare, e questo permette un mio rispecchiamento, quasi imbarazzante, nell’esperienza guardata.. Dall’altra vedo un variare. Questo variare è assolutamente necessario perché garantisce la ricerca di un proprio modo. Ecco allora la funzione dello sguardo, in un contesto formativo di passaggio del testimone in cui si fa pressante il problema della regolamentazione dell’intervento formativo. Il circle time diventa automaticamente strumento necessario di verifica.

Uso parole spinose, che andrebbero chiarite una per una. Di quale verifica si tratta? Non sicuramente quella di una valutazione a punti, ma quella, montessoriana, di un auto adeguamento, di una correzione , in presa diretta, dell’errore.

Confermo poi, quanto discusso e sintetizzato da Silvano Sbarbati a proposito dello sguardo. La presenza dello sguardo può effettivamente creare una tensione e  questa va controllata in quanto lo sguardo, di per sé, può essere vissuto come un intruso, ha una sua carica virulenta. Allora è utile giocare dei ruoli, far in modo che la funzione dello sguardo sia dichiarata, e soprattutto se ne riconosca l’obiettivo, che non è quello di censurare ma di far vedere. Non si tratta di affermare un “secondo me”, “io avrei fatto”, ma di reimmettere i nodi, i groppi, nell’esperienza del gruppo, il quale se ne riappropria, secondo modalità rielaborate.

Quello che ho osservato ieri sera, però, è un po’ diverso: in questo contesto  di gruppo già strutturato come è il nostro, lo sguardo viene accolto perché considerato “buono”. Non se se questo è un limite oppure no. Sta di fatto, però, che se lo sguardo non viene percepito come esterno, automaticamente non viene percepito come censorio.

Quello che è accaduto ieri sera, riguarda poi l’atteggiamento di una presa di responsabilità, sia per chi guardava, sia per chi conduceva. Michele alla fine ha detto: “non mi è piaciuto, avrei potuto far meglio come conduttore”. Non lo ha sostenuto dopo una critica ma prima della conversazione; probabilmente perché in qualche modo ha sentito la presenza dell’occhio scrutatore; e anche il peso di una eccessiva improvvisazione.

Per inciso vorrei fare un’osservazione su come i ragazzi hanno condotto la sessione di lavoro – ritorno quindi alla nozione di metodo. Qual è stato il mio metodo in questi anni? Si è evoluto: dall’utilizzo degli esercizi strutturati -  il dio esercizio, tanto per intenderci -  a un utilizzo in chiave di probabilità, di possibilità di espressione. Ho abbandonato da tempo lo schema; utilizzo invece, la scaletta. L’esercizio è la grande finzione del teatro del novecento. E’ il grande intoccabile. Si ha paura ad affrontare il tema degli esercizi perché si rischia di far crollare inesorabilmente l’impalcatura di tutto il già defunto teatro di ricerca e di una buona parte del teatro della scuola. Occorre recuperare la funzione pedagogica dell’esercizio nel termini di una scoperta, nel modo casuale della realtà, della conoscenza quotidiana. Questo ha molto a che fare con le pratiche della pedagogia, e molto poco con quelle del teatro. Questi miei ragazzi hanno intuito, in una forma tutta da portare a compimento, tutta da elaborare, che gli esercizi sono come lo svolgimento di un tema. Occorre dare l’incipit e permettere lo svolgimento. Non conoscono molti esercizi: hanno esercizi chiave, prototipi dai quali sviluppare altri modelli. Sanno abbozzare delle variazioni. E’ assolutamente necessaria, in un’esperienza di formazione, la presenza, distaccata, di qualcuno che dica, che veda e faccia vedere, tanto per usare un’espressione che comincia a diventare patrimonio comune. Imparando a dire ciò che va bene e ciò che va ancora migliorato.

Il gioco del teatro si gioca tutto nella variazione dell’accadere e nella capacità di saper sintetizzare, a volo di uccello, quanto è accaduto.

Vorrei trasmettere questo.

 

Sebastiano Aglieco