VOCABOLARIO MINIMO PER TEATREDUCAZIONE

 

LAVORIERO

C’è una risonanza comune tra “lavoriero” e “laboratorio”. Ambedue fanno riferimento al lavoro, quindi ci indicano una situazione in cui avviene qualcosa; in uno spazio, con delle persone. Forse con degli oggetti. “Lavoro”, vuol dire “scivolare”, che è l’atto che compie chi, per fatica, si accascia. Inoltre il termine “laboratorio” rievoca nell’immaginario comune, il luogo della sperimentazione. L’etimo è affascinante, in quanto  “esperimento” vuol dire “fare esperienza”, “provare”. Ma anche, “muoversi attraverso”; “tragittare”. Ce ne sarebbe per andare avanti e continuare a usare la parola “laboratorio”.

Manca però qualcosa in questo laboratorio, in questo far fatica, ed è la dimensione collettiva della fatica. Qui bisogna chiarire in quanto non faccio riferimento solo al benessere sociale del gruppo, alla sua capacità di fare metacognizione.

 

  Il termine “lavoriero”  rimanda a due sensi differenti: è il manufatto fondamentale dell’attività di pesca nelle valli lagunari. Nel lavoriero tradizionale particolari incannicciate infisse nel fondo lagunare e sostenute da un’intelaiatura di pali e pertiche, delimitano un perimetro cuneiforme nel quale una serie di bacini triangolari, come punte di freccia, comunicanti fra loro, consentono la cattura differenziata del pesce.

Ma “lavoriero” rimanda anche all’atto del “lavorare insieme”, nel senso di “collaborazione”.  Insomma, il termine “lavoriero” è molto più vicino a “lavoro” di quanto non lo sia “laboratorio”. E spiego il perché.

Nel laboratorio viene condotto un ”esperimentum”; la prova è padrona. E’ la conferma della riuscita a dimostrare  l’ ”ipotesi”, la proposizione iniziale e provvisoria.

Personalmente credo che questo atteggiamento stia alla base del fallimento del laboratorio teatrale nella Scuola. L’attesa dell’Istituzione, dell’insegnante, nei confronti del laboratorio, è tutta incentrata sull’aspettativa della dimostrazione; per cui, essendo il laboratorio lo strumento capace di risolvere una serie di problemi, la verifica consiste nel dimostrare  i suoi effetti positivi o negativi.

Il termine “lavoriero” può essere utile per smitizzare una  valutazione cumulativa degli effetti; a un certo risultato equivale un certo voto/giudizio. Questo è quanto avviene nelle Scuole.

Nell’atto del lavorare insieme confluiscono una serie di conseguenze, che qui  sintetizzo:

·   Nel lavoriero, la conduzione del setting non è singola, del singolo operatore, ma plurale. Questo atteggiamento finisce per gestire positivamente l’ansia della conduzione in quanto questa è più condivisa;

·   I “narcisismi” del conduttore vengono in qualche modo attutiti da uno sguardo esterno che, essendo parte in causa – esterno solo nel senso metaforico di “distacco” – può recuperare gli errori in nuova esperienza;

·   Questa nuova esperienza sono “gli scarti della lavorazione”, che per una sorte di equilibrio ecologico vengono riutilizzati, dopo aver subito una digestione. Cosa che non avviene nel laboratorio, dove l’errore è espulso perché il fine è dimostrare qualcosa.

·   Nel lavoriero non si dimostra nulla. Si mostra invece  un lavoro in atto, che giunge faticosamente e il cui obiettivo non è la quantificazione  dell’esperienza, ma l’esperienza in sé.

·   In questo andare da qualche parte, sono tutti che ci vanno, chi conduce e chi viene condotto e la rete di pesca, la gabbia metaforica, è il nodo che lega tutti nelle maglie della stessa esperienza. Il lavoro dunque, diventa veramente comune, sia nell’atto della pura creazione, che viene condivisa e tramandata, sia in quello della costruzione, che attiene al fare in quanto techné e che investe la sfera del saper o voler essere.

Se, nel laboratorio teatrale, ciò che è positivo continuerà   a realizzarsi nei termini di un “a tu per tu”, nel lavoriero di teatreducazione questo positivo dovrebbe avvenire nei termini di una Comunità che educa e si autoeduca, per vasi comunicanti, e forse con maggiore stupore.

Sebastiano Aglieco