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IN CODA ALLE RISPOSTE DI LORENZO
Per fare esperienza della Libertà, bisogna esercitarla. E’ una riflessione spontanea, quasi immediata che mi viene dopo aver letto l’intervista a Lorenzo Bastianelli e constatando come la ricerca di una qualche forma di verità sia operazione inscindibile dalla fatica. Fatica, ci dice l’etimo, vuol dire fenditura, spaccatura. Ecco allora che, mettersi alla ricerca di una qualche verità vuol dire sbucciarsi le mani, avvertire sulla propria pelle il prurito del cambiamento. La Verità è cambiamento, dunque, che è definizione opposta a quella che abitualmente i grandi pensieri intendono. Lorenzo fa questo; mentre scrive, fatica, cerca, e immediatamente confronta pensiero ed esperienza. Ci sono illuminazioni nella sua intervista, capaci di scavalcare molte idee sul laboratorio teatrale così come lo si pratica ai nostri tempi: “È fondamentale che i ragazzi/bambini (…) vengano messi in grado di comprendere”. “(il teatro) può tradurre a gruppi e a persone il complesso sistema simbolico nascosto dentro ogni “attore”. “(riportare) il vissuto del lavoro teatreducazionale nel proprio vivere quotidiano contaminando con estrema purezza il substrato di appartenenza”. “capire bene il ruolo dell’”operatore” e del singolo nei confronti del gruppo, comprendere che ci si trova in un tempo e in uno spazio dove le dinamiche sono protette ma per certi aspetti ci si trova molto esposti”. “Credo che un laboratorio di teatreducazione lo si riconosce a “bocce ferme”, post laboratorio e post spettacolo.., quando tutti se ne vanno e ognuno resta solo col suo vissuto laboratoriale, e allora che scatta qualcosa che porta il soggetto a porsi delle domande”. Tutte queste intuizioni sono espressione di un pensiero giovane, quindi rappresentano un piccolo campione generazionale, e testimoniano un modo di intendere la prassi e il pensiero del teatreducazione che evidentemente comincia a dare i suoi piccoli frutti. Questo è possibile, a mio avviso, solo se i padri si prendono cura. Lorenzo è costretto a leggere il proprio pensiero, a specchiarsi in una gabbia di parole che non permette di fuggire, e che lo pone frontalmente, a tu per tu con le proprie responsabilità. Bellissima mi sembra l’intuizione dello spettAttore, un neologismo per dire che chi pensa di guardare in realtà e guardato e chi pensa di essere guardato in realtà guarda. E’ un modo suggestivo per uscire dalla logica tutta narcisistica dell’attenzione richiesta allo sguardo, agli altri. Forse, una formazione per giovani operatori, dovrebbe elaborare esercizi per “essere”, piuttosto che solo “fare”. In fondo l’insegnamento dei grandi maestri provocava un’ascesi, che vuol dire, appunto, esercizio di ordine spirituale. E il nostro compito è quello di permettere il riconoscimento di esseri spirituali, che abbandonano il loro stato di marionette.
Sebastiano Aglieco |