APPUNTI DOPO LA RECITA

 

PENSIERI DI UN PAPA’, RIMANEGGIATI

 

Mi chiedevo se, vedendo lo spettacolo, io che sono il padre di uno di questi bambini, ed essendomi emozionato in virtù del fatto che vedevo mio figlio donarsi liberamente nella gamma delle sue emozioni, mi chiedevo se il pubblico, gli estranei in genere, siano investiti della stessa carica significante, dello stesso stupore che conosce chi è “dentro”, chi è “vicino”. E se, perché questo avvenga, liberamente, miracolosamente direi, senza un pensiero, ma in una sorte di coinvolgimento senza giustificazioni di sorta, sia necessario lavorare su un’idea di “comunanza”, di “avvicinamento”. Forse il problema di una comunicazione a tutti i costi  è la chiave per capire se il dono è stato accolto nella sua pienezza, non come uno dei tanti doni da mettere da parte; e non  perché brutto, ma perché in/significante. Ecco, mi chiedo se ciò che facciamo abbia attinenza con la sfera del significato piuttosto che della bellezza, o se questa bellezza nuova non debba investire in qualche modo il significato.

 

UN DIALOGO

 

- Ma che ne sanno le persone del lavoro che c’è dietro, del processo, del modo, soprattutto del modo!

- Ma il pubblico non è tenuto a sapere. Il pubblico guarda comunque un risultato. Il pubblico è uno sguardo esterno al nostro operato

- Ma non sempre il pubblico ha consapevolezza

- Nemmeno noi, spesso.

- Ma forse allora sono importanti il prima e il dopo, ciò che gli altri avvertono oltre il dono?

 

UNA LETTERA

 

Sono contenta di essere venuta. Mi è rimasta una sensazione di serenità…quel bambino che ti è saltato addosso: dice di un rapporto, si direbbe ormai poco usuale, fra adulti e ragazzi.

 

UN TECNICO

 

Ho visto che li tratti come dei professionisti, senza alcuna differenza.

 

SERIETA’

 

Forse bisogna sostituire il termine professionismo con la parola “serietà”. Ma i professionisti sono seri per obbligo e i dilettanti no? Qualcuno ha detto: “non capisco tutta questa enfasi che avete dato alla cosa. In fondo si tratta di una recita di bambini!”. Come dire: Siccome sono bambini, ciò che si fa non può essere qualcosa di professionistico, o professionale; qualcosa di serio, infine. La serietà, che è un concetto che non so ancora definire (serio vuol dire, pesante, grave) è un punto chiave del treatreducazione. Perché quella persona che ci ha accusati di enfasi si riferiva al teatro della scuola, che, quasi sempre, non è mai “serio”. I bambini recitano, come dire, per una sorta di gioco leggero, privo di alcuna serietà. Non voglio dire che il teatro della scuola non sia fatto con impegno, con passione, con fatica. Voglio dire che non è “serio”.

 

ESPRESSIVITA’ NATURALE

 

Esiste? Questo è il problema che mi pongo da qualche anno. Problema capitale, perché è una bella diga, rotta la quale, le acque chete del teatro della scuola, del teatro dei professionisti che si occupano di teatro nella scuola, del teatro degli insegnanti che si sforzano di fare teatro nella scuola, tracimano. Lavorare su una qualche forma di naturalezza è una sottrazione del di più, la quale sottrazione porta le persone a un contatto con la parte di sé che hanno dimenticato. Mi piacerebbe qui usare il neologismo coniato dalla Montessori a proposito del ruolo dell’insegnante.

Ponendosi il problema della naturalezza, come per incanto cambiano molte cose: cambia l’uso degli esercizi: (solo quelli necessari, e non gli stessi per tutti). Cambia la struttura del laboratorio: il gioco scopre la techné necessaria al fare, e non viceversa.

 

 

IL LABORATORIO TEATRALE

 

Ho avvertito, in questo mio lavoro con i bambini, una rottura dei tradizionali canoni del laboratorio. E’ mancato lo spazio: c’era, piuttosto, l’aula, con le sedie spostate ai lati. Durante le prove c’era chi faceva e chi  osservava. Ma anche chi non faceva nulla. Un continuo passaggio dal fare al pensare. Che cosa è accaduto? Come, questo che è accaduto, può trasformare le cose? Che cosa ha funzionato per Tizio, piuttosto che per Caio? L’obbligo del diario di bordo.  Una  sottrazione degli esercizi. Una quasi disarmante mancanza di indicazioni, se non quelle necessarie per  portarli da qualche parte. Un lasciarli osservare le cose che accadevano, nello sforzo di superare e trasformare ciò che accadeva.

Il laboratorio teatrale tradizionale è figlio della cultura dei progetti. Il laboratorio, sembra strano a dirsi, è un progetto. La civiltà dei progetti si è costruita sulla mancanza, sulla sottrazione del maestro interiore, o del maestro semplicemente. Non ci sono maestri, quindi ci sono più progetti. Da quello che ho potuto capire dall’ultima esperienza fatta con i bambini, ho intuito, dico, solo intuito, che la via di una naturalezza  non può essere frutto di un laboratorio di 20 ore, ma di uno stare insieme, di un rapporto profondo con un maestro. Fare teatro è stato preceduto da qualcosa di non teatrale, ed è stato seguito da qualcosa di non teatrale.

 

NATURALEZZA

 

Cosa intendo per naturalezza? Qualcosa che fa accadere. In strada accadono tante cose, ma nessuno le vede, quindi è come se non accadesse niente. Nel teatreducazione, colui che vede, fa soprattutto accadere. Mentre per lui, da “fuori” e “dopo”, si realizza una sorte di fibrillazione mentale, nel bambino e nel ragazzo avviene un ascolto interiore, un tentativo di mettersi in contatto con una voce. Corrispondenza tra l’essere sociale che stiamo facendo nascere e l’essere naturale che abbandona la propria casa ed entra in quella degli adulti. Ma questo deve avvenire nella naturalezza della trasformazione. La naturalezza è un problema che si pone con i bambini! Epurare le dita nel naso o ritagliare l’episodio, mostrarlo, incorniciarlo?

 

GENITORI

 

Ho anche intuito un’altra cosa. Quando i genitori si attivano a  scuola, in genere spaventano gli insegnanti. In questa esperienza hanno spaventato anche gli adolescenti, i quali li hanno percepiti spesso come intrusi. A scuola i genitori “servono” a qualcosa, e in questa ottica essi sono tollerati in quanto strumenti. Mentre fino a questo momento ho sempre fatto riferimento al teatro dei bambini e dei ragazzi, comincio a sentire l’urgenza del teatreducazione come strumento per rendere palese (non sto parlando di una esercitazione, di un laboratorio con finalità attorali) la loro potenzialità.  Il problema urgente è quello posto da Silvano Sbarbati con l’immagine del “lavoriero”. E cioè come far convergere nel teatreducazione competenze e sensibilità che fino a questo momento sono rimaste appannaggio della scuola e dei teatranti di professione. Comincio a capire che al teatreducazione mancano ancora dei pezzi. E’ come se, di quel lavoriero, mancasse un pezzo che lo fa funzionare. E, ripeto, non si tratta, semplicisticamente, di fare una messinscena insieme ai genitori.

 

QUARTA PARETE

 

Stare in una gabbia, senza poterne uscire. Questo è lo spettacolo. Un momento altamente educativo! 

per usare una forma di rito, ma quanto veritiera in  questo caso! -  Vorrei rivalutare la quarta parete. Nella convenzione della messinscena, il bambino/ragazzo capisce che non può scappare e che l’apertura del sipario realizza la rinuncia a stare in un proprio narcisismo. E’ importante che i bambini, durante lo spettacolo, stiano da soli. La scatola che si apre agli occhi degli altri, ha protetto e custodito, ma anche ha accolto nella scoperta. I bambini amano il sipario. Evidentemente amano l’atto dello scoprire, dello scoprirsi, che viene da un precedente nascondimento. Mostrare qualcosa di sé che è stato amorevolmente preparato, curato.

 

CONTRATTO

 

Nel teatreducazione c’è un contatto che accomuna tutti: chi vede, chi è visto; ma anche  chi si  è sottratto. La sua sottrazione non è il vuoto, ma un senso in opposizione che interagisce nella lontananza. 

 

CLIMA

 

Il teeatreducazione ha bisogno di un clima. Come si concilia, quindi, l’atto del dono, che è cosa privata e intima, con l’atto del mostrare qualcosa a un pubblico non fatto necessariamente di mamme e di papà?

Il clima assorbe tutte le nervature, le asperità, e le scioglie nel grande fiume della fantasia e della conoscenza. Una madre che guarda le prove come se avesse addosso una maschera, è fuori dal clima. E’ lo sguardo esterno che guarda le nervature ma senza far nulla per scioglierle.

 

PAROLE

 

Nel teatreducazione le parole più semplici sono quelle che pesano come macigni. Nel teatreducazione è molto facile avvertire la mancanza delle parole. Si avverte di più questa  mancanza che il peso e l’incombenza. Per esempio: quale catastrofe può provocare l’assenza della parola “grazie”? Quale catastrofe provoca questo “grazie” sostituito da “allora arrivederci”?.

 

 

PENSIERI DI UN PAPA’

 

- Non hanno mica capito che è finita la quinta elementare. Loro si aspettano, il prossimo anno, la sesta elementare!

Questo atteggiamento censura la parola “addio”e la sostituisce con la parola “arrivederci”. Ecco il ribaltamento della funzione delle parole: non ho bisogno di un addio ma di un arrivederci. Il teatreducazione, nella prospettiva di un cammino insieme, non indica mai un traguardo. Il desiderio fa desiderare. Se è accaduto qualcosa, questo essere accaduto chiede ancora. Lo spettacolo non si esaurisce con lo spettacolo. Piuttosto la pratica del teatreducazione invoca una trasformazione dello spazio del setting, che non è più la scuola, il nido dell’aula, ma  semplicemente il luogo in cui le cose continuano ad accadere. Il teatreducazione esce dalla scuola, invade gli spazi dell’educazione e dell’affettività. Chiede una rivoluzione culturale.

 

martedì 20 giugno 2006

 

Sebastiano Aglieco