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Mara Catti insegna educazione fisica nella scuola media dal 1981. Ha frequentato la scuola di mimo del Teatro Nuovo di Tori9no e ha fatto laboratori con Amiel, Kemp, Teatro delle Fonti di Grotowski, tra l’altro ha condotto un laboratorio teatrale nella sua scuola dal 1999. Per il nostro sito ha scritto questo intervento.
Ho letto il nuovo sito, letto e studiato, l’ho trovato un ottimo modo per andare a fondo, così ho pensato di rispondere anch’io alle “dieci domande”, considerando che dal 2000 anch’io, in un modo o nell’altro, sto facendo teatreducazione (neologismo che fatico ad utilizzare ma che riflette un’evoluzione del lavoro). 1) esiste una differenza…tra teatro della scuola e teatreducazione?… Sono tanti gli insegnanti che sentono o hanno sentito la necessità di “fare teatro” a scuola, credo che per molti sia stato il modo attraverso il quale far passare contenuti culturali, una specie di scorciatoia per far digerire testi e temi altrimenti improponibili. Giocando sull’aspetto”ludico” dell’attività teatrale, soprattutto rispetto al piacere di esibirsi, si sono indotti gli allievi a studiare brani dei testi classici. Altri hanno invece cercato l’approccio educativo, la crescita dell’individuo e tutto ciò che ne è derivato dall’ eredità degli anni ’70, ma anche qui ad un certo punto è mancata la sperimentazione e ci si è ritrovati a reiterare modalità di intervento ormai quasi ritualizzate. Ma è da questa esperienza che deriva la necessità del teatreducazione che non riguarda più, a questo punto, un modo di “fare” teatro, ma un modo di ”essere” educatori, nel senso più completo. Nel senso che l’approccio messo in atto dal conduttore, all’interno del contesto “lavoriero” (ma che termine impossibile!), diventa una modalità relazionale anche in altri contesti. 2) un gruppo di persone giovani…quando fa un laboratorio teatrale, a quali dinamiche di relazione interna viene sottoposto? Penso che ogni gruppo abbia una storia personale, le dinamiche relazionali variano innanzi tutto rispetto alla motivazione di chi frequenta il laboratorio e di chi lo conduce, dei temi che affronta, delle condizioni ambientali in cui si svolge… Nella mia esperienza (fascia d’età 11-14 anni)ogni gruppo ha avuto una dinamica di aggregazione differente, partendo sempre da piccoli gruppi di amici/che (le classi di provenienza) che avevano scelto il laboratorio teatrale. Alcuni hanno impiegato pochi incontri a diventare gruppo, altri non ci sono riusciti che al momento cruciale dello “spettacolo”. Alcuni ragazzi si sono lasciati coivolgere e si sono esposti, altri sono rimasti sulla difensiva, nessuno però è potuto rimanere indifferente, in un modo o nell’altro hanno dovuto prendere coscienza della propria posizione all’interno del gruppo e ragionare sulle difficoltà incontrate nella relazione con gli altri. Questa situazione inaspettata li ha portati comunque ad una crescita personale. 3) prova a definire il concetto di laboratorio di teatreducazione Sono d’accordo con Sbarbati quando afferma che in fondo si tratta di una questione privata. Nel senso che lo spunto di lavoro deve partire da temi che hanno strettamente a che fare con le persone che formano il gruppo di laboratorio(conduttore e ragazzi)e da questi deve muoversi nella direzione della comunicazione ad altre persone, in forma “spettacolare”. Anche se spettacalo non è il termine che mi sentirei di adoperare. Lo vedo più come un mettere in comune la percezione personale e le proprie capacità espressive rispetto ad un tema.Una sorta di brainstorming della comunicazione in forma simbolica di ciò che il gruppo, entità con una sua propria vita, desidera trasmettere ad altri. Nel laboratorio si vive un’esperienza che favorisce sia l’approfondimento personale sia la percezione del gruppo rispetto al tema. Si media molto, ciascuno viene stimolato ad esprimersi, viena data importanza all’individuo, ma all’interno di un contesto in cui tutti sono uguali per importanza e differenti per capacità espressive. Il risultato è inaspettato, nessuno può prevedere quali molle faranno scattare quali meccanismi, e questo è il bello del laboratorio: la sorpresa. Per tutti, nessuno escluso. Il momento più intenso del laboratorio è quando tutti insieme ci si guarda e si pensa: questo lo teniamo, era proprio bello! |