INADEGUATEZZA DEL CONDUTTOREProva sempre un sentimento contrastante chi conduce un gruppo. E’ qualcosa che è paragonabile a un vento che soffia, capace di scardinare le porte o, più sottilmente, di mettere a repentaglio l’autostima anche del conduttore più avveduto. Questo avviene, lo sappiamo tutti, per la particolare natura dell’atto del conducere. Il conduttore è il mezzo di trasporto; a lui spetta il peso di ciò che avviene, del portare dove; l’arte del districare i fili del linguaggio non verbale, dei conflitti palesi o non dichiarati, delle difficoltà del gruppo e dei singoli. L’educazione non è una scienza, ne sono sempre più convinto, ma un’arte. Capita, quindi, di sentire fortemente la necessità di fermarsi, di riflettere. E’ un gesto che porta a un momentaneo distacco, a una visione dall’alto. Attualmente gestisco due gruppi: uno di ex alunni, ora in prima media; l’altro di adolescenti, provenienti da varie realtà scolastiche, alquanto eterogeneo, formato da ragazzi con qualche esperienza di teatro scuola, altri che non hanno mai recitato. Due gruppi, quindi, con esigenze molto diverse. Quello dei bambini: Ex alunni, dicevo, che portano nello spazio del lavoriero, una palestra messa a disposizione dalla scuola ad uso privato dell’associazione che gestisco, tutta l’emotività e il trambusto del passaggio all’altro ordine di scuola. Testimoniano, con le loro reazioni, il dramma della mancanza di raccordo fra gradi di istruzione, di un progetto educativo condiviso – se non sulla carta –. La loro energia incontenibile è la prova di un gradino scalato male. Da un questionario somministrato la scorsa settimana, come momento di verifica delle loro aspettative e difficoltà, viene fuori la richiesta di una maggiore presenza del conduttore – il loro ex insegnante -. Si tratta evidentemente dell’esigenza di un supporto affettivo, di un surplus di fiducia. Qui il teatro, non c’entra più. Verrebbero semplicemente anche per giocare, per vedere i compagni, per sognare di appartenere ancora alla loro mitica classe quinta C. In una situazione del genere, il lavoro pratico non basta; né tanto meno una riflessione metacognitiva. Le cose si fanno complesse nel momento in cui al teatreducazione si chiede di tappare le falle aperte in altri luoghi. Gli si chiede la presenza forte di un educatore. Ma allora: E’ POSSIBILE TEATREDUCAZIONE SENZA UN’EDUCAZIONE FORTE? Il gruppo degli adolescenti: anche qui, in qualche modo, viene filtrata l’esperienza di teatro scuola di alcuni di essi; i quali presentano idee precostituite rispetto al fare teatro che consisterebbe: nell’avere un copione; nel conoscere la psicologia del personaggio; nel raccontare qualcosa in chiave cronologica; nell’applicare una tecnica. Queste informazioni evidentemente sono filtrate dalla cultura della Scuola e degli insegnanti di lettere. Dotati di una loro ingenuità e freschezza sono invece i ragazzi che non hanno mai frequentato un laboratorio teatrale. E qui è misterioso indagare su che cosa li spinge a venire. In parte un loro non dichiarato bisogno di “narcisismo” e “affettività”. Gli stereotipi sono comuni a tutti, comunque, ed evidentemente riflettono un’informazione culturale sull’atto del “recitare”. Che vorrebbe dire: fare finta; parlare e muoversi facendo finta. Decostruire queste certezze, provoca in loro una qualche forma di spaesamento ma aiuta a sottolineare alcuni aspetti fondanti del teatreducazione: Esso è un percorso (quindi non si ha tutto chiaro dall’inizio ma si scopre insieme; quindi ha bisogno di tempo) Il tempo diventa essenziale ma, non essendoci molto tempo, il conduttore deve fare in modo di arrivare a un eventum, cioè a un momento in cui chi sta facendo qualcosa si senta di farlo bene, si senta che lo sta facendo con facilità. Il teatreducazione si fonda sull’esperienza delle persone (quindi il testo va calzato, o, quando non sia possibile, va fatto impattare per scoprirne e dichiararne la falsità, l’inconsistenza) Il conduttore non sempre è capace di comprendere che cosa sta avvenendo nel gruppo. Laddove è possibile, viene in supporto lo sguardo esterno, con tutte le dinamiche e le implicazioni di cui si è parlato negli altri interventi di questo sito; ma laddove il conduttore si trova a condurre da solo, si pone più forte il problema della sua responsabilità. Che chiamerei, con qualche dubbio, regia. Nel senso che gli compete, con forza, una maggiore capacità di scegliere guardando, educando a guardare, con tutti i rischi che conosciamo – la forzatura, per esempio, quando questo è atto indispensabile a far saltare gli steccati -. Il suo compito è quello di aprire finestre, spiragli, in modo che il ragazzo abbia la possibilità di specchiarsi in se stesso; nel gruppo, o nello sguardo dello stesso conduttore. Per concludere queste riflessioni. Credo che le dinamiche del teatreducazione siano le stesse che si vengono a creare in una classe fra contesto, insegnante e alunni. In questo senso la capacità di saper leggere in trasparenza, scostando veli e tendine, è qualcosa che non riguarda la tecnica teatrale, ma la didattica dell’educazione. Che in effetti, è un prestito rilevante del teatreducazione. Sebastiano Aglieco |