VOCABOLARIO MINIMO PER TEATREDUCAZIONE
ESERCIZIE’ fondamentale, in tutti i processi di apprendimento di una tecnica, la funzione dell’esercizio. Non si può suonare il pianoforte se non si allenano le mani a muoversi sulla tastiera e a leggere la musica; non si può scolpire una statua se non si impara a usare lo scalpellino; non si possono eseguire le operazioni se non si imparano a memoria le tabelline; e così via di questo passo. Aggiungo: non si vive bene se non si impara a vivere. Anche per vivere occorre quindi imparare una tecnica. Messa in questo modo la questione degli esercizi, questa investirebbe il teatreducazione e forse lo danneggerebbe. Ci porterebbe a pensare che non si può fare lo spettacolo se non ci siamo allenati, se non abbiamo imparato qualcosa che ha a che fare con la techné. Diceva Grotosky; gli esercizi di per sé non servono a niente, nel senso che non hanno niente di artistico. Hanno la stessa funzione dello spazzolino da denti: per usare i denti bisogna pulirli, metterli nella condizione di funzionare bene. E’ una dichiarazione interessante, che però va decontestualizzata, in quanto Grotoski utilizzava gli esercizi in dote massiccia, anche a costo di rovinare i denti! Perché parlo di “rovinare”? Perché Grotoski, pur essendo un innovatore, era comunque un teatrante e ragionava come tutti i teatranti: non tutti possono far teatro; solamente coloro che mostrano denti buoni e sani, altrimenti vadano a vivere. E’ una questione, per quanto mi riguarda, molto importante, che cerco sempre di verificare nella pratica: io credo che gli esercizi, nel teatreducazione, non hanno la stessa funzione che rivestono nelle pratiche dell’espressione artistica. O dell’apprendimento meccanizzato. Per il motivo che nel teatreducazione noi non ci occupiamo della formazione di artisti o di operai specializzati, ma della crescita delle persone. Le quali, nel loro percorso, scopriranno forse di essere artisti oppure operai. Gli esercizi che usiamo vanno solamente interpretati come occasioni perché si faccia esperienza. A noi non ci interessa la bellezza di un corpo che è stato allenato con un training fisico o emotivo. Questo rientra totalmente nell’ambito di un discorso altro in cui la tecnica è funzionale al raggiungimento di un determinato scopo. Gli esercizi, piuttosto, hanno un forte valore emotivo in quanto rimandano a un investimento personale, a una scoperta di sé, a un rapportarsi con gli altri e nel gruppo; spesso per la prima volta. Diversamente dall’attore allenato, che è in grado di riprodurre nel tempo e nello spazio un determinato processo, un determinato meccanismo emozionale e psicologico, utilizzando, al limite, la finzione come tecnica, la persona che fa teatreducazione sente la fragilità del suo essere semplice, e spesso inadeguato. Nel teatreducazione si ricomincia sempre daccapo perché le scoperte avvengono per andamenti sinusoidali, non per linea retta. Ecco allora che, gli esercizi del teatreducazione non sono cronologici. Sono variazioni, finzioni, nel senso etimologico di plasmare, formare. Essi, cioè, si mettono a disposizione dell’accadere e in qualche modo bussano alla porta dei compiti del settyng, della simulazione predisposta, utile non a sé ma a far accadere l’eventum, cioè qualcosa di irripetibile nel corpo e nell’animo di una persona per cui essa scopre il desiderio di andare avanti. Se questa bellezza della scoperta certamente riguarda anche l’esperienza dell’artista con la “a”, maiuscola, il teatreducazione riporta l’esperienza liberatoria del gesto che si esprime, nell’ambito, del tutto quotidiano, della Bellezza vestita con umili panni. Che è molto simile allo scarabocchio di un bambino, tracciato con mano instabile sul foglio di carta capovolto. Sebastiano Aglieco |