Teatro delle Muse – Progetto Liricamente

Giovedì 28 maggio 2009

Una restituzione

Il progetto Liricamente del Teatro delle Muse è un modo per avvicinare al melodramma persone con disagio mentale. Il progetto, arrivato alla sua terza edizione, si sviluppa in collaborazione con il dipartimento di salute mentale dell’usl 7 di Ancona.

Da ottobre a maggio un gruppo di persone viene guidato a realizzare uno spettacolo avente come tema un’opera lirica. Quest’anno si trattava del Rigoletto, avendo però, come novità, un testo scrittola un giovane drammaturgo italiano, su commissione del teatro.

 

Primo palcoscenico

Perché un progetto del genere? Per avvicinare il  melodramma ad un “pubblico” rimasto lontano; per coinvolgere attorno al teatro il mondo del disagio mentale (i diretti interessati, ma anche familiari, parenti, amici etc.); per tentare un approccio di “cura” delle persone che aderivano al laboratorio, per far sì che il laboratorio stesso diventasse occasione di socializzazione integrata; non ultimo, questo tipo di attività è legata al marketing della stagione lirica, assieme ad altre che vedono coinvolte le scuole e i diversamente abili.

 

Secondo palcoscenico

Come era prevedibile avere un copione preciso, frutto del lavoro di uno scrittore teatrale, ha creato problemi al lavoro della regia. Problemi di memorizzazione ma anche e soprattutto problemi legati alla adesione delle persone al loro personaggio. E, credo, ancor prima, la regia avrà dovuto fare i conti con il bisogno di far aderire ogni persona al personaggio. In questo ambito, un lavoro molto delicato, che deve tener conto della personalità di ciascuno, del momento che sta vivendo all’interno del proprio percorso di vita (cura), del momento di vita del gruppo, delle necessità insite nel problema (sfida) di produrre uno spettacolo. Spettacolo che, ormai essendo arrivati al terzo anno, ha comunque maturato una propria identità di aspettativa per il pubblico; che non è nuovo a tale performance e possiede (consapevole o meno) una idea di quello che si aspetta.

C’era dunque, nella sfida, il problema di arrivare al pubblico mantenendo alta la tensione narrativa, i momenti dello “stupore che uccide la noia”. C’era la sfida di “fare teatro”, in ultima analisi.

Rispetto alle edizioni precedenti, dunque, questa rivisitazione di Rigoletto si annunciava – almeno per uno sguardo attento – come una performance in cui la consapevolezza della sfida teatrale si sarebbe mischiata, contaminandosi, a quella delle singole personalità “in disagio” e a quella degli operatori-conduttori-registi.

Questa premessa ha fatto sì che, diversamente dagli altri anni, la “compagnia” partiva svantaggiata. Nel senso, palese, che era già conosciuta, che di lei il pubblico già sapeva o presumeva di sapere alcune caratteristiche. E dunque l’attesa per lo “spettacolo” conteneva una dose minore di curiosità di partenza ed una dose maggiore di curiosità di secondo livello.

Lo spettacolo si è mosso, così, all’interno di una aspettativa connotata come sopra ho cercato di spiegare.

Lo spettacolo, così, si è mosso con un andamento lento, con il testo-copione che si capiva doveva essere indossato da ciascun attore a fronte della presenza del “suo pubblico”.

E, come quando ci si esercita in una qualche azione fisica, mano a mano che il testo si dipanava, anche gli attori dipanavano il filo delle loro consapevolezze interpretative, stavolta in un crescendo che di fatto è stato il vero leit-motiv dello spettacolo.

Alcune soluzioni (i guanti rossi della ragazza in carrozzella e di chi la accompagnava), la declamazione di alcuni monosillabi, la gestualità pre-costituita di altri, le scelte musicali e tutto il setting scenografico sono apparsi, lentamente, come il luogo in cui “doveva” accadere qualche cosa, anzi in cui stava per accadere qualche cosa. Dovere da una parte (la tensione narrativa) e l’essere degli attori faceva piano piano il piccolo miracolo di spingere avanti il “senso” dello spettacolo. A cui il pubblico si aggrappava con meno applausi del solito, meno sorrisi del solito ma con più attenzione o tensione verso quello che gli appariva attimo dopo attimo.

I cinquanta minuti di durata sono stati veloci, non frettolosi. Velocità è positiva, fretta è negativa.

Questo ha fatto che, con lenta-veloce approssimazione al finale, lo spettacolo vedesse scivolar via ogni etichetta della “diversità”, ogni etichetta della benevolenza verso il disagio e assumesse il valore pieno che gli spetta: ovvero di teatro per un pubblico.

 

Terzo palcoscenico

Questa considerazione finale crea un problema ai registi. I quali  ormai rispetto a questo progetto hanno maturato un diritto ed un dovere.

Il diritto a definire teatro il prodotto del laboratorio.

Il dovere di porsi la domanda: ma questo teatro che ho contribuito a produrre, che teatro è, dove si colloca nella mia vita professionale e nella vita del teatro cittadino, regionale, italiano?

Una domanda che non sembri retorica o banalmente universale. E’ la domanda che sostanzia il lavoro culturale responsabile e consapevole, civile e politico (nel senso alto e pieno delle parole).

Aver scoperto (o riscoperto) che il testo-copione assume forza, valore comunicativo, socializzante di una parola che cuce la relazione umana solo quando nasce dalla drammaturgia condivisa tra scrittore ed attore e regista, sapere questo crea l’obbligo morale di trasformarlo in azione “giusta”, nella giusta posizione culturale di un teatro che “ finge “ solo quando non ne tiene conto e diventa spettacolo, soltanto un consumo per di-vertire se stessi.

Silvano Sbarbati.