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ANCORA SULLO SGUARDO ESTERNO
Guardando da fuori, nella distanza temporale dal proprio operato, nel distacco dalle cose che si sono amate, che si sono create, si colgono particolari che prima non vedevamo; diventiamo noi stessi il nostro sguardo esterno. Dico questo dopo aver abbandonato il mio progetto di teatro nella scuola, e uso volutamente l’espressione “teatro nella scuola” perché è di questo, a mio avviso, che ancora si tratta. E’ possibile, diventare, per se stessi, il grillo parlante di Pinocchio? Non lo so, ma sicuramente è necessario. Ha a che fare con il rischio che Saffo involontariamente proclama a proposito della Bellezza: “Chi è bello, lo è finché è sotto gli occhi”. Esiste la stessa differenza culturale tra l’atto del confessare a qualcuno e dell’autoconfessarsi. Ciò che fa la differenza è solamente un’enorme responsabilità: gli strumenti sono la distanza, una certa ironia e l’utilizzo impietoso di una lente di ingrandimento. Vedere i propri stessi errori, considerandoli non nell’ottica di un vecchio vestito dimesso da buttare, ma in quella del flusso, dell’andare avanti rimanendo in qualche modo fedeli alla propria intuizione. Quello che rimane, che deve rimanere, è la coscienza che il nostro operato si nutriva dell’atto, del tutto gratuito, del dono. L’educazione è qualcosa che conferma e disconferma, nel momento stesso del suo proporsi a sistema perché la vita, nel suo farsi e disfarsi, nelle mille, malevoli variazioni degli accadimenti, anche minimi, mal si adatta al vestito. In natura questa distanza si realizza nel travaso delle forme e, incredibilmente, nella loro ripetizione costante. Se compiamo gli stessi atti, essi tuttavia sono capaci di stupirci per le piccole variazioni del dettato, per la trama che le costruisce in una rete. In che senso, quindi, questa faccenda dello sguardo esterno può essere recuperata, senza colpo ferire, nel significato responsabile dello sguardo che guarda e, mentre lo fa, si assume la responsabilità di un giudizio? Una certa forma di genuinità/ingenuità, deve, a mio avviso, essere preservata. Ingenuo diciamo al bambino, e mentre glielo diciamo, stiamo sottolineando la sua genuinità; e lo amiamo perché sappiamo del suo essere totalmente aperto al mondo, al rischio del pericolo. Chissà perché, col passare del tempo, l’ingenuità si trasforma in una musa malevola! Nell’atto di fondare un pensiero, occorre non dimenticarsi che questo si costruisce sulla tensione di qualcosa che vogliamo distogliere dalla sua immobilità, dal suo stato immacolato di pura contemplazione. In questo movimento dell’accadere, dobbiamo accettare che questo guarda che guarda, che ci guarda - o al limite noi stessi che guardiamo qualcosa che non abbiamo più, qualcuno che non siamo più - ci chiama a confrontarci con la stessa fluttuazione della mente di un bambino. Questa fluttuazione è necessaria, altrimenti non ci sarebbe crescita. I problemi che il teatreducazione solleva solo apparentemente rimandano a questioni tecniche. Dissimulano, sotto la richiesta di un saper fare, di un imparare a fare, la richiesta di una bellezza cercata, di un’armonia che sappia contemplare le ragioni dell’educazione e quelle dei suoi frutti. Guardare da lontano è saper cogliere, in una prospettiva di rimando, di necessario distacco orizzontale, la forma, la misura del nostro operato. In genere cogliamo le sbavature. Ma questo è possibile farlo solo sotto l’ala impietosa di un nume tutelare: il tempo. Sebastiano Aglieco |