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Antonio Albanese, Ascanio Celestini e il teatreducazione
Ho avuto di recente la opportunità di assistere agli spettacoli “La pecora nera” di Ascanio Celestini e “Psicoparty” di Antonio Albanese. I due spettacoli sono stati rappresentati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro e dunque ho avuto la possibilità, come spettatore, di tenermeli “a memoria” e di confrontarli con relativa facilità. Due spettacoli con un solo attore; Celestini si occupa di malattia mentale anche con inserti vocali registrati di veri pazienti. Albanese mette in scena testi di Michele Serra, dando vita con il suo talento attoriale a personaggi stralunati anche se non sempre comici. Due spettacoli di richiamo. Il pubblico arrivava a teatro, questa la mia sensazione, come per ritrovare qualcosa con cui aveva avuto familiarità o presumeva di averne. Seppure in teatri differenti, i due spettacoli hanno avuto un pubblico motivato e familiare. Come se, usando una metafora sportiva, “si giocasse in casa”. E a giocare erano gli attori così come gli spettatori, compiaciuti di battere le mani al momento giusto o di ridere al momento giusto.
Questo non è un sito di critica teatrale. I due esempi di teatro professionistico nel loro svolgersi (breve, 90 minuti scarsi) ad un certo punto hanno dovuto fare i conti con la parola, con il testo. Nel caso di Celestini il “testo” erano le poche frasi registrate dalla voce di un malato mentale che dava cenni della sua esperienza: forti ed espressive, la parola nasceva dalle cose della vita ed ad essere tornava nella volontà di comunicazione. Nel caso di Albanese le parole erano un testo non “comicizzabile” di Serra. E qui l’attore Albanese ha dato il meglio di sé, sorprendendo il pubblico che aspettava invece le macchiette ed i personaggi esasperati.
Ecco: quando il teatro incontra la parola, qui nascono i problemi. Del far ridiventare corpo e sangue un testo: che si rivela per quello che è, sempre e comunque: o di qualità o non di qualità.
Nel teatro della scuola, nel teatro fatto a scuola, l’incontro con la parola è sempre traumatico. Via i piccoli talenti, le trovate di regia, i travestimenti comici, le battute scontate, i riferimenti alla esperienza di qualcuno…via tutto questo, scolari e studenti, insegnanti ed operatori teatrali scontano qui la loro “incapacità” del rapporto con il testo. E’quasi una certezza, per le volte che mi ci sono imbattuto, E questo vale – citando appunto Celestini ed Albanese – anche nel teatro adulto e professionistico.
Non si tratta di una valutazione estetica del prodotto-spettacolo. Si tratta di segnalare questa specie di “scarto” tra le intenzioni e la realtà della rappresentazione.
Nel teatreducazione questo rapporto con la parola, con il testo di qualità (che sia o no di un grande e riconosciuto autore) credo che debba diventare uno dei centri di attenzione.
Perché quando, appunto, il teatreducazione trasforma lo spettacolo in un dono, a questo punto la parola ed il testo non possono permettersi il lusso di rimanere fuori, come un pakacing fatto per sedurre un eventuale reazione positiva del pubblico.
Se è dono, il risultato spettacolare del teatreducazione deve rimettere in circolo il senso della parola. Che non è testo-vuoto per teste-vuote. Anzi, la parola deve riacquistare quella sostanza di realtà da cui proviene. Nel caso di Celestini, proprio la voce registrata e le parole che pronunciava sono rimaste come plus valore dello spettacolo. E nel caso di Albanese, proprio il testo di Serra “debole” di per sé ha costretto l’attore a un plus lavoro per dargli un qualsiasi senso, un valore degno dello spettacolo.
s.s.
Ancona, 12 aprile 2006 |