Basta dirsi “Sguardo Esterno”per risolvere

 i problemi dell’essere “Sguardo Esterno”?

 

 

Chi viene guardato deve saperlo. Questa semplice affermazione può garantire l’esito positivo, non intrusivo, di una attività di “osservazione” delle attività di un laboratorio di teatreducazione? Secondo Aglieco questa dichiarazione di presenza e ruolo svuoterebbe la presunta carica accusatoria dello Sguardo Esterno.

Che diventa, di fatto una specie di “attore”, una terza entità che forma il gruppo del laboratorio: il conduttore, i partecipanti e l’attore-guardante.

Credo sia giusto affermare che l’attore-guardante debba diventare parte del gruppo, esistendo nel gruppo fin dagli inizi: altrimenti sì che la carica accusatoria della sua presenza non sarebbe elaborata dal gruppo come “referente”. Lo Sguardo Esterno dovrebbe riferire al gruppo di se stesso, e dunque lo Sguardo Esterno non può che essere parte del gruppo.

Ma a questo punto, se lo Sguardo Esterno è una specie di “riassunto in atto” delle attività del laboratorio, chi ne garantisce gli esiti, chi è garante della sua giusta posizione rispetto al gruppo?

Perché è pur vero che lo S.E., per poter agire deve esplicitare le proprie funzioni, deve poter lavorare nel-con-sul gruppo. Ma  la sua stessa funzione lo fa essere diverso dal conduttore e dai partecipanti e dunque siamo tornati all’inizio della ricerca. Come deve essere lo S.E? Nel senso di come si deve esplicitare la sua funzione di referente? Se deve agire insieme al gruppo rischia sempre e comunque di essere un partecipante qualsiasi. Se si estrania dal gruppo, se guarda il gruppo ed il gruppo ne è consenziente, “che cosa fa”? Come si comporta? E dunque, una volta che è stata dichiarata la sua presenza di “attore referente”, chi decide quando e come lo S.E. deve agire da parte del gruppo?

Se è vero che ogni atto educativo non può avvenire in brevità di tempo, lo S.E. può sentirsi autorizzato ad intervenire in qualsiasi momento in quanto parte del gruppo? E dunque lo S.E. può-deve agire da attore referente nel laboratorio seguendo un proprio tempo ed un proprio ritmo.

Credo che questo rappresenti una sua responsabilità educativa, credo che questo possa spalancare – come dice Aglieco – altri territori di educazione.

Certo, lo S.E. che si dichiara tale, entra nel gruppo ma allo stesso tempo lavora “sul gruppo” e questa sua attività del tutto particolare mette in discussione molti degli equilibri che il gruppo ed il suo conduttore si costruiscono andando avanti nel laboratorio.

Lo S.E. disturba sempre e comunque: perché “riassumere” il vissuto del gruppo spesso diventa uno specchiare il gruppo anche spiacevolmente. Questo è uno disturbo: se però vogliamo “spalancare altri territori di educazione” dovremmo farci i conti, eliminando qualche sicurezza che deriva dalla seduzione che si svolge tra conduttore-partecipanti, a favore di una nuova tensione-irritazione che coinvolge tutti di nuovo, come se fosse un nuovo inizio.

Ecco, forse lo S.E. funziona come un ri-avviare – oltre che ri-assumere – le dinamiche del gruppo in laboratorio.

Con buona pace di chi si irrita, dimostrando l’efficacia di un attore che svolge la funzione di Sguardo Esterno.

 

Silvano Sbarbati

 

 

14 febbraio 2006