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Dallo sguardo esterno allo sguardo interno
Mi pare che il tema dello Sguardo Esterno stia delineando – in questo confronto a distanza con Aglieco – una specie di linea di riflessione sul senso generale della educazione : stante, dunque, la presa d’atto che “teatreducazione” è neologismo che aiuta a tracciare questa linea di riflessione. Teatreducazione aiuta perché: - obbliga, in quanto neologismo, a ricercare (nella tradizione dei vissuti e nella sfida sperimentale del futuro) i motivi del proprio far-bene, anche attraverso la ricerca di sistemi di valutazione - costringe a riflettere sulle aspettative della educazione e sulle aspettative della teatralità.
La questione dello Sguardo Esterno è una di queste “costrizioni”. Infatti, se siamo d’accordo con Aglieco che “è necessario diventare per se stessi il grillo parlante di Pinocchio”, attivare uno Sguardo Esterno in realtà significa andare ad osservare ciò che potremmo definire lo Sguardo Interno. Intendiamo per Sguardo Interno il modo con cui il teatrante e l’insegnante immaginano il proprio lavoro con un gruppo di teatreducazione. Ciascuno di loro fa riferimento a modelli sia di teatralità che di educazione. Il teatrante possiede competenze teatrali e dovrà “immaginare” se stesso come educatore (ed è interessante conoscere a quale immaginario di educazione è legato). L’insegnante, da parte sua, dovrà “immaginare” se stesso come teatrante, attingendo ad un proprio immaginario su e con il teatro( da attore amatoriale? da spettatore competente? Da…?). Quindi, credo che, mentre il bambino-ragazzo conserva il suo Sguardo Ingenuo verso ciò che sta facendo, chi fa teatreducazione deve fare i conti – in consapevolezza – con il proprio Sguardo Interno. Certo che, immettendo in queste dinamiche laboratoriali uno Sguardo Esterno che appartiene a qualcuno che non siamo noi (teatranti ed insegnanti che conducono un laboratorio) non facciamo altro che inserire un elemento di forte tensione.- Lo Sguardo Esterno obbliga a riflettere e a valutare lo Sguardo Interno di chi opera in teatreducazione. Per questo sono sempre più convinto che lo Sguardo Esterno esprima una forte necessità del teatreducazione: quella di andare a guardare non le questioni tecniche ma, direbbe Aglieco, “una armonia che sappia contemplare le ragioni della educazione…”. E aggiungerei le ragioni della teatralità. Sono anche convinto che la nascita dello Sguardo Esterno, così come lo stiamo delineando in queste riflessioni, trovi resistenze forti sia tra gli operatori teatranti che tra gli operatori educatori. Hanno forma diversa, queste resistenze, ma credo che nascano dalla stessa radice: ovvero la difficoltà di essere “grillo parlante a se stessi”. Se poi proseguiamo nella riflessione, ci si accorge che questa difficoltà è essa stessa figlia della difficoltà di entrare in rapporto con la “fluttuazione”, con il flusso dell’educazione, che viene letta non più come un dato fermo da raggiungere, ma anzi un movimento incessante, una vera e propria “tensione”. Non a caso per il teatreducazione lo spettacolo finale è un punto di partenza e non un punto di arrivo. Silvano Sbarbati 25 febbraio 2006 |