Dieci domande sul teatreducazione
Abbiamo inviato ad alcune persone che negli ultimi anni hanno lavorato e riflettuto sul tema del teatreducazione, dieci domande. Pubblichiamo la prima intervista di Sebastiano Agleico.
1 - Per te esiste una differenza – non solo semantica – tra teatro della scuola e teatreducazione? Prova a definirla.
La storia di questi anni ci dice chiaramente che il teatro è entrato nella scuola come mezzo, strumento per risolvere problemi. E’ stato chiamato in diversi modi: animazione teatrale, laboratorio teatrale…Sono tutti termini che riflettono le mode pedagogiche del momento o le tappe raggiunte dalla ricerca. Io non so se la scuola abbia mai avuto una sua precisa consapevolezza sulla questione. Sta di fatto che il teatro della scuola è ancora inteso come uno strumento. Quindi lo si usa solo quando serve. E siccome è uno strumento, ci vuole l’operaio (il teatrante) che lo faccia funzionare. La dicitura “teatro della scuola” è ancora indispensabile per definire ciò che il teatreducazione non è. Ma cos’è allora il teatreducazione? Prima di tutto bisogna dire che il termine non è ancora così usato. E’ un oggetto ancora non del tutto definibile proprio perché nuovo, malgrado una difficile ricerca in atto. Le mie idee sono provvisorie, anche se comincia a delinearsi qualcosa di molto allarmante che ha a che fare con l’etica e con un certo valore privato, universale, dell’educazione. Posso provare a dire quello che il teatreducazione non è. Non è: il teatro della scuola; il teatro dei professionisti; il teatro dei registi; uno strumento, una medicina; qualcosa a servizio di; una materia da insegnare. Mi piacerebbe molto che si connotasse come un oggetto al di fuori delle mode e del tempo, non soggetto agli umori delle epoche o alle fantasie dei pazzi di turno. Come dire: inventata la filosofia, questa cammina con i suoi piedi da millenni.
2 – Un gruppo di persone giovani (bambini, adolescenti, ragazzi) quando fa un laboratorio teatrale a quali dinamiche di relazione interna viene sottoposto?
Rispondere è difficile perché occorre farsi molte domande: Chi conduce il laboratorio? C’è conoscenza nel gruppo? A che livello sono le relazioni? Esistono interferenze? Queste sono solo alcune variabili. Dico questo perché, facendo l’insegnante, so bene che una persona in crescita subisce una condizione più che imporla. Se un bambino disturba, il problema non riguarda il bambino, ma il conduttore che deve farsi carico del problema. Ma farsi carico del problema, vorrei chiarire, non è trovare la medicina giusta. Il conduttore di gruppo, nel teatreducazione, non è un medico. Vogliamo dire che egli è un medium? Il suo compito è mediare tra una situazione interna, scatenata nel contesto del setting o malgrado il setting, e la necessità che questa si evolva in qualcosa d’altro; che assuma una qualche forma rovesciata. Può essere che, quando si fa un laboratorio teatrale, il gruppo si trovi in una situazione sovraeccitata. Dal fatto che accadono tante cose in un tempo così breve e in uno spazio così concentrato. Ciò che è interessante è che questa palese simulazione in cui gli esercizi realizzano un’attivazione della sfera sensoriale e affettiva, e quindi delle dinamiche di gruppo, in genere è ben tollerata e richiesta. Sembra quasi rivestire una sua necessità. Come se, nella realtà di tutti i giorni, questo non avvenisse. O avvenisse solo il superfluo. Ecco: nel laboratorio teatrale si ha la possibilità di epurare il superfluo e di far accadere il necessario.
3 – Prova a definire il concetto di laboratorio di teatreducazione.
Una definizione molto chiara esiste già: è un setting. Da una parte è qualcosa di prevedibile (nel senso che si basa su un progetto con delle variabili più o meno riconoscibili e previste); dall’altra si sa benissimo che queste variabili possono totalmente sfuggire di mano. D’altronde l’utilizzo di questo termine, “setting”, spesso fa storcere la bocca ai teatranti per i quali il laboratorio teatrale è il luogo dove si attiva una qualche forma di immaginazione. Gestire un setting richiede il possesso di strumenti, di sensibilità e di grande fantasia. Nel laboratorio di teatreducazione, paradossalmente, avviene a volte che non si faccia teatro. Che ci si debba fermare per far rientrare dalla finestra ciò che è precipitosamente uscito dalla porta. E quando questo qualcosa che è uscito rientra, allora si può fare teatreducazione. Il farsi carico di un problema, nel teatreducazione, non può essere solamente un problema estetico. Ma lo è anche, perché il teatreducazione non è educazione allo stato puro. Ecco il punto: il problema educativo deve trasformarsi in qualcosa che esteticamente abbia un suo forte impatto comunicativo, metaforico. Questo è un livello di trasformazione e quindi di consapevolezza del conduttore, del singolo e del gruppo. Non riguarda l’istituzione, chi mette gli spazi o i soldi. In questo senso è, forse, azzardo, una questione privata.
4 – Lo spettacolo è utile/necessario al teatreducazione?
La parola “spettacolo” è inadeguata. Ultimamente si è proposto il termine “dono” per definire questo evento. Direi che, il momento dell’incontro con qualcun altro è necessario. Ci si incontra per scambiarsi qualcosa e questo avviene nel teatron, che per i Greci, indicava proprio il luogo della rappresentazione. Qui la Comunità tutta condivide qualcosa; che non è necessariamente qualcosa di socialmente condivisibile, ma qualcosa che passa. Rivaluterei, in questo senso, il concetto di catarsi. Chiaramente la intendo in una accezione nuova. Chi fa teatro in genere, ma forse in particolare, teatro con i bambini e con i ragazzi, sa che la spettacolarizzazione riveste un momento molto particolare nella storia del laboratorio. Aumenta l’adrenalina, l’attenzione, il desiderio di sentirsi gruppo. Improvvisamente la concentrazione si fa altissima e abbassa il numero degli errori. E’ in questo preciso momento che il gruppo coglie, in una visione accelerata, il senso del proprio lavoro. Non il valore estetico, ma il senso, che è cosa più importante. E avverte che questo può avvenire solo al cospetto di un pubblico, di una Comunità che accoglie. Ecco: nel teatreducazione il pubblico è una Comunità che accoglie, non che giudica. Necessaria, dunque, perché il gruppo possa percepire una tappa, un traguardo, e da quella distanza, avvertire chiaramente la storia della propria trasformazione. Catarsi come trasformazione, superamento. Altrimenti non c’è educazione. Ma ci tengo a precisare: nella consapevolezza di una tappa, solo di una tappa raggiunta. Il mostrare qualcosa del teatreducazione, rappresenta quindi sempre qualcosa di non finito, un lacerto di bellezza, di cammino, e questo perché il corpo del bambino/ragazzo è ancora in trasformazione e in divenire. Proprio l’altro ieri un mio ragazzo diciottenne, commentava la visione di un vecchio spettacolo in cui lui, bambino di dieci anni, recitava a fare la volpe. Diceva: “che tristezza, come eravamo fragili, come eravamo piccoli e senza voce!”. Occorre questa consapevolezza: questo sapersi guardare e avvertirsi nel cambiamento, nell’ironia della bellezza che mostra la sua parte sciocca, corruttibile; che si nasconde.
5 – Come valuti personalmente gli esiti di un tuo laboratorio di teatreducazione e di uno spettacolo di teatreducazione?
Per quanto riguarda il laboratorio, da quante cose sono accadute. Non parlo della qualità delle cose accadute, ma, molto più banalmente, di quante cose sono accadute. Se non accade nulla o poco, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Non mi piace il quieto vivere. Anzi, ritengo che il compito di chi dirige un gruppo sia quello di far accadere, che ha a che fare con lo smuovere, il rivoltare, lo sprimacciare le coperte. Il lavoro viene dopo: e consiste nel dare ordine, forma, significato metaforico, parole in grado di definire. Se un bambino non riesce ad eseguire un esercizio perché non gli piace, non mi preoccupo di questo. Educare è saper smuovere, ed è necessario, e la crescita passa anche dal dolore. Il punto delicato è verificare se si è rimasti nel dolore o se lo abbiamo sorpassato. Per quanto riguarda lo spettacolo, direi che la valutazione ha attraversato fasi influenzate da vari pensieri. A un certo punto si è pensato, per esempio, che fosse più importante il percorso che il prodotto finito e che questo andasse considerato sulla base della correttezza progettuale, non necessariamente in funzione di un’estetica finale raggiunta. Io sono dell’avviso che l’arte è un sistema geometrico; nel senso che il suo valore aggiunto è dato dall’osservanza di regole che portano alla comprensione, quindi alla fruizione. In questo senso il teatreducazione non fa eccezione, altrimenti sarebbe in contraddizione il concetto di rito, di Comunità che assiste. Il bambino/ragazzo deve essere abituato, a mio avviso, anche se il lavoro è estremamente graduale e lungo, a capire il significato metaforico dell’azione, del corpo, dello spazio, e a utilizzare i mezzi dell’arte per farlo. Deve esserci nello spettacolo, uno sforzo al raggiungimento di una qualche forma di bellezza, che non è quella del regista, ma quella condivisa e cercata nel processo creativo. Questo si deve quantomeno intravedere.
6 – Dove può condurre l’esperienza di teatreducazione rispetto al rapporto con: a) la formazione del senso di gruppo b) la elaborazione della esperienza di crescita personale c) la formazione critica di spettatore d) le competenze (quali…?)
Direi che conduce più nella direzione di una crescita personale, che include e ingloba tutti i punti in elenco. Nella crescita personale possiamo osservare la capacità di rielaborazione delle esperienze, del senso critico, della formazione del senso del gruppo. E’ anche vero che la crescita personale è un risultato, per raggiungere il quale utilizziamo strumenti, stili, investimento umano e affettivo. Ma il punto è: perché attraverso il teatreducazione? Perché il teatreducazione deve investirsi di questa responsabilità forte che, sembra, non compete totalmente agli statuti delle altre “discipline”? Le risposte sono tutte aperte.
7 – Teatreducazione come si pone nel processo educativo generale della persona in formazione?
Si pone nella linea di una scoperta; personale, degli altri. Ma non necessariamente nel senso di una crescita. A volte, di fronte alle scoperte, si può fare un pauroso ruzzolone all’indietro! Il teatreducazione può concentrare e rendere palese ciò che nella vita non sempre avviene o avviene in uno stato di consapevolezza. Mi colpisce sempre l’espressione di uno dei miei ragazzi il quale, alla domanda, perché da anni, il martedì sera alle ore 19, venite a incontrarvi su questo palcoscenico?, lui risponde che su questo palcoscenico può mostrarsi per come è, cosa che non farebbe mai a scuola, con i compagni, a casa. E’ una constatazione preoccupante che dice in maniera drammatica il clima di falsità educativo spacciato per progetto di crescita. Le scuole andrebbero rivoltate come un guanto. E dico la scuola, perché, malgrado tutto, è ancora oggi il luogo dove i bambini e i ragazzi trascorrono la maggior parte della loro giornata. Fuori dalla scuola, purtroppo il campo si fa minato. Il teatreducazione può restituire la correttezza di un clima nella naturalezza del rapporto umano; è arte, espressività, filosofia, un po’ di sport; ma è, soprattutto, uno sguardo riassuntivo.
8 – Credi possibile trasporre competenze/esperienze di teatreducazione nel fare teatro con adulti e in situazioni di disagio, etc etc.
Sì. Quello che comincio a intuire è che da anni si è creato una specie di monopolio tra la scuola e il teatro dei professionisti. Il teatro è diventato una specie di vestito della scuola, indossato anche se malmesso. Il teatro della scuola è occasione di lavoro, nel bene e nel male. Non è questo che mi preoccupa. Quello che mi preoccupa è la ristrettezza, le gabbie costruite per esempio intorno a tutto quello che ruota intorno al lavoro dei teatranti nelle scuole: i festival di teatro scuola escludono gli altri contesti in cui, per esempio, il rapporto educativo tra un adulto e il gruppo è comunque molto forte. Però queste situazioni di teatreducazione non sono rappresentate. Viene dato spazio al rapporto scuola teatrante con il risultato che in un festival di teatro scuola si vedono esiti ripetitivi e ripetibili; si vedono stilemi, in definitiva poco accade perché la scuola non si pone il problema della ricerca ma solo quello della visibilità del proprio progetto, inteso come strumento per risolvere problemi: socializzazione, impegno residuo, etc… Tutte cose importanti e sante, intendiamoci... Se si riconosce al teatreducazione piuttosto lo status di fantasma, di paria, di cittadino del mondo, e parafrasando, di tutte le situazioni in cu i c’è bisogno di educazione, i festival di teatro della scuola non dovrebbero più esistere. Dovrebbero esistere i festiva di teatreducazione. Punto.
9 – Esiste secondo te un genere teatrale che è più “congeniale” al teatreducazione?
Non lo so. Personalmente ho sempre lavorato sui vissuti e mi sono anche preso delle belle contestazioni perché comunemente si pensa che con i bambini piccoli, siccome sono piccoli, si debba per forza fare qualcosa che assomigli al gioco, al puro divertimento, che sia colorato, che racconti di personaggi delle favole. In pratica si nega che il bambino abbia una sua profondità e che posa esprimerla con mezzi consoni. Non mi piace il teatro fatto per i bambini, cioè il teatro per la scuola, che è un teatro di genere. Abituo i miei scolari a vedere cose che apparentemente possono sembrare distanti da loro, lavorando semplicemente sulla qualità delle scelte.. Non amo vedere gli attori adulti scimmiottare per far ridere i bambini. E in giro se ne vedono ancora tanti. Preferisco il cinema, l’opera. Non credo che il teatro, da questo punto di vista, sia all’altezza. Credo che i bambini possano imparare di più vedendo recitare i loro coetanei se questo rientra in un progetto che ha a che fare con la visione, con la socialità.
10 – Credi che uno “sguardo esterno” sia utile/inopportuno nel laboratorio di teatreducazione?
Credo sia opportuno, anche se, mi rendo conto, questo è un punto delicatissimo. Va a toccare la sensibilità e l’orgoglio del gruppo, dell’educatore. Su questo argomento rimando a quanto già scritto in questo sito.
Sebastiano Aglieco è nato a Sortino (SR) il 29-1-1961. Ha pubblicato diversi libri di poesia. L’ultimo “Giornata”, La Vita Felice, Niebo 2004, premio Montale Europa 2005. Recensioni e testi sulla poesia contemporanea sono stati ospitati da diverse riviste. Un testo a commento del trentaduesimo canto dell’inferno si può leggere nel volume “La Bella Scola - L'inferno letto dai poeti”, Il Ponte del Sale, 2005. Ha fondato con un gruppo di adolescenti TeatrInsieme, per una nuova poetica del teatro dei bambini e dei ragazzi, esperienza ora confluita in TEATRO NATURALE, associazione culturale per l’espressività dell’infanzia e dell’adolescenza. Il suo prossimo libro “Dolore della casa”, uscirà presso le edizioni Il Ponte del Sale di Rovigo. Vive a Monza dove insegna nella scuola elementare. http://stylos.blog.tiscali.it/ prossimamente
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