La seduzione teatrante, le resistenze, la dichiarazione

 

Il tema dello Sguardo Esterno (SE) è uno dei temi centrali della ricerca del /per/sul teatreducazione.

Abbiamo scoperto che attivare uno SE significa, per chi conduce un laboratorio di teatreducazione, fare i conti con uno Sguardo Interno, ovvero attivare, come dice Sebastiano Aglieco, un “grillo parlante a se stessi”.

In altre parole, rispetto alle persone che vengono dirette, alle persone che devono essere “condotte”, chi ha questa responsabilità (sia teatrante, sia insegnante) il Conduttore insomma, avvia il percorso di attivazione dello Sguardo Interno mettendosi a nudo.

Per il teatrante, questo mettersi a nudo è in buona sostanza il dichiarare, l’appalesare agli altri la sua natura seduttiva. Il teatrante deve dire agli altri – e dunque anche a se stesso – di essere, per propria impostazione metodologica, seduttivo.  Deve cioè “ammettersi” in quanto tale, ammettere che gli strumenti del suo fare teatro si riconducono ad una primigenia facoltà / impostazione / atteggiamento / natura che è quella di sedurre, di condurre a sé in modo originale, particolare.

La seduzione teatrante, potremmo chiamare questa facoltà. Per lui è anche appalesare una concezione educativa, una concezione del mondo. 

L’insegnante, da parte sua,  si mette a nudo quando, da conduttore di laboratorio di teatreducazione, appalesa la sua concezione del mondo, la sua filosofia educativa senza nascondersi dietro il didatticismo, senza indicare obiettivi di apprendimento (a qualsiasi livello e di qualsiasi natura).

In fondo, a ben guardare, fare i conti con lo Sguardo Interno significa, sia per il teatrante che per l’insegnante, prendere in carico insieme agli altri il proprio modello educativo.

Lo Sguardo Interno è, dunque, il modello educativo di chi conduce un laboratorio: modello educativo dichiarato, palese, aperto agli altri, e in primis a se stessi.

Questo processo di svelamento produce resistenze.

Il teatrante ha le sue, come ha le sue l’insegnante.

Forse, per eliminare queste resistenze, andrebbe fatta una dichiarazione d’intenti iniziale, una specie di “presentazione dei modelli educativi”, una dichiarazione in cui ciascuno esprima il perché fa teatreducazione.

Spesso nessuno fa questa dichiarazione: si pensa che il fare laboratoriale di per sé sia sufficiente a dire quello che serve, a dare la percezione della concezione che sta alla base, dei “perché” si fanno quelle cose in quel modo, in quei tempi, etc. 

Se è vero che il teatro “insegna”, dovremmo essere in grado di esprimerlo innanzi tutto rispetto a ciò che ha insegnato e insegna al conduttore del laboratorio.

E’ una ricerca che deve fare i conti con la relazione creativa con il gruppo: si tratta anche di cercare, appunto, il modo migliore per “dichiararsi” all’inizio del progetto di teatreducazione. Mettere a nudo chi si è e perché si è in quella circostanza e non in astratto. 

Infatti, ogni setting di teatreducazione è unico ed originale e necessita di una dichiarazione, di un “mettersi a nudo” ogni volta nuovo.

Potremmo anche dire che questa dichiarazione è una sfida progettuale per il conduttore del laboratorio, il punto di partenza senza il quale il setting di teatreducazione nasce senza vera consapevolezza collettiva.

Dichiararsi è una operazione che obbliga ad essere” grillo parlante a se stessi” per poter arrivare a mettersi a nudo nei confronti degli altri. Altrimenti il laboratorio nasce senza una  verità.

 

Silvano Sbarbati

 

24 aprile 2006