La storia che ci siamo lasciati alle spalle

 

 

Colpisce un dato di fatto: la pragmatica come scienza è spesso utilizzata in contesti in cui la comunicazione non funziona.  Nelle situazioni patologiche le parole  sono “sovraccariche”, condizionate dalle reazioni emotive e dall’affettività. Gli interventi di un garante hanno il compito di riattivare la corretta funzione comunicativa ristabilendo la neutralità delle parole e liberandole delle scorie che le hanno inquinate. E’ evidente la necessità di riconoscersi in un patto, un impegno contrattuale per cui, focalizzato l’oggetto che provoca confusione, se ne abbassa la carica virulenta, definendolo,  connotandolo e  investendolo di una nuova forza metaforica.

  Sono un insegnante: comprendo benissimo che l’amore dato a casa è diverso dall’amore dato in classe. Amore vuol sempre dire amore, eppure quante implicazioni solo perché ci riferiamo a due “case” – intendo la casa che la parola abita, nella dignità della sua funzione – . Se dunque sentiamo il bisogno di parlare di correttezza pragmatica  vuol dire, forse, prendere atto di una malattia dell’educazione?

  Delimitando il campo all’argomento, trovo nell’intuizione di Silvano Sbarbati – il teatreducazione ha a che fare con la pragmatica – dei risvolti inquietanti. Il teatro fatto a scuola in questi lunghi anni, si è configurato come una pratica entrata nelle aule con abiti dimessi. Non ha bussato alla porta l’educazione –  la scuola è già il luogo dell’educazione – ma il teatro, semplificato di tutto il suo complesso armamentario e metaforizzato; nel senso che ha finito per rendere evidenti le cicatrici di una didattica zoppicante, incapace probabilmente di un investimento più ampio. La scuola ha attribuito  all’animazione teatrale la funzione di medicina, là dove sentiva la necessità di cauterizzare gli insuccessi. In realtà, nella storia del novecento, è successo anche il contrario: l’urgenza di una pedagogia si è innestata nella ricerca teatrale e così sono nate le esperienze dei maestri pedagoghi. Ma nella scuola il risultato è sempre stato molto più sfuggente, ambiguo. Far attecchire qualsiasi contenuto sull’impervio terreno dell’educazione, presuppone la responsabilità di mettere in atto un cambiamento; nel senso però di un filo dell’orizzonte in cui i contorni non sono mai precisi.   Si sono confrontati due linguaggi, che nel corso di questi anni hanno cercato di procedere in una linea di integrazione alquanto complessa. E’ necessario storicamente prendere atto di questa situazione. Per esempio: che cosa s’intende a scuola  per laboratorio e che cosa in un contesto di ricerca teatrale? Vogliono dire esattamente la stessa cosa? La pratica dei laboratori a scuola è diffusa da tempo, ma oramai, a mio avviso, con scarsa consapevolezza. Negli anni settanta il laboratorio era lo strumento per giustificare un tempo scolastico sperimentale in cui si riconosceva la dignità della fantasia – concetto di per sé molto legato alle utopie di quei tempi. – L’arte entrava nella scuola svestendosi dei suoi abiti da sera e trasformandosi in strumento. La funzione propulsiva del “fare”dava dignità al corpo; cambiavano i banchi di scuola, il rapporto tutto tra il corpo del bambino e l’ambiente.

Il teatro fatto a scuola si è  innestato in un contesto laboratoriale, e la ricerca teatrale è diventata didattica del laboratorio. Se oggi il laboratorio ha perso gran parte del suo significato originario, è necessario restituire a questa parola un uso condiviso. Per esempio: quando la scuola si avvale della collaborazione dell’operatore teatrale, questo avviene non perché non sappia cosa fare,  ma perché manca della consapevolezza che sottintende il “fare”. La pragmatica del teatro educazione, andrebbe, a mio avviso, esplorata anche in senso diacronico, cioè nella rilevanza storica, nell’indagine dei modi e dei punti di svolta.

  Teatreducazione è un neologismo che denuncia ancora un movimento in atto, fotografato nei suoi vagiti, nel suo primo farsi. Teatro e educazione: c’è un filo sottilissimo che lega i due lemmi. Ci dice, a sua insaputa, alcune cose importanti: è ancora di genere maschile; il teatro precede l’educazione. In una sua fase di massima consapevolezza, forse, questo termine andrebbe sostituito con una metafora, ma il messaggio che a suo modo ci comunica, è questa esigenza di ribadire che al teatro si riconosce una funzione educativa e, non di meno, gli si chiede una forte consapevolezza. Allora perché ribadire[1], perchè mettere in evidenza la parola educazione? Evidentemente perché ci troviamo davanti a un limes, e  per andare avanti abbiamo bisogno di rileggere la storia che ci lasciamo alle spalle. Quanto resterà, in un indefinito futuro, nel movimento del teatreducazione, della  parola teatro e quanto della parola educazione? 

 

Sebastiano Aglieco

 

[1] L’atto del ribadire è in qualche modo un rito sociale primitivo; deriva dalla richiesta di una conferma, attraverso un atto simbolico reiterato. Ribadire vuol dire scacciare il fantasma dell’indistinto.