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Malattia dell’educazione? Teatro dimesso? (ancora sulle “inquietudini” semantiche e non di Sebastiano Aglieco) Malattia dell’educazione? Il teatro sarebbe entrato nella scuola per cercare di guarire una qualche malattia nella educazione: questa una tesi di Sebastiano Aglieco. O meglio: una specie di filo logico dipanato nella storia degli eventi. L’animazione teatrale, la educazione delle arti, la pratica laboratoriale, il teatro fatto a a scuola: percorsi che alla fine avrebbero un significato appunto legato alla scoperta di una malattia della educazione che bisognava guarire. Come se, prova a dire Aglieco, il teatro fosse stato assunto a mo’ di “medicina”. Ma la storia arriva da lontano: la storia del teatro usato nella didattica: dai gesuiti fino ai salesiani, alle intuizioni di Don Bosco, per esempio. Oppure invece bisognerebbe limitare questa “nostra storia” tutta italiana al momento dell’animazione teatrale, agli anni Settanta, che entra a scuola con un “fare” laboratoriale per affrontare il tema della creatività, della socializzazione, della formazione del gruppo, della riscoperta della corporeità, etc etc.La fantasia tra i banchi era garantita spesso dal laboratorio teatrale. Oggi, il laboratorio ha perduto il significato originale, sostiene Aglieco. Per esempio, quando affida il gruppo classe all’operatore teatrale che viene dall’esterno; e questo significa, sempre secondo Aglieco, che la scuola non sa che cosa “fare” del proprio “fare” educativo, della propria attività di agenzia educativa. Consapevolezza è la parola che usa Aglieco: ovvero una scuola che non ha più consapevolezza di ciò che sta facendo, nella fattispecie il laboratorio teatrale? Questa potremmo definirla come “malattia”? In altre parole potremmo dire che il laboratorio teatrale è entrato a scuola senza che la scuola ne avesse piena consapevolezza in termini educativo-didattico. Vuol dire che è mancata la integrazione tra le competenze: teatranti ed insegnanti hanno cercato di “incontrarsi”, creando così anche le condizioni per una nuova cartografia del teatro in Italia: dalle rassegne di teatro scuola al mercato di lavoro per teatranti, alla formazione di teatranti ed insegnanti sul tema del teatro fatto a scuola. Certo, introducendo il concetto di nuova cartografia, anche io voglio sottolineare che bisogna leggere e rileggere “la storia che ci siano lasciati alle spalle” per evitare che teatreducazione (maschile o femminile che sia il lemma) sia un modo diverso per indicare una “cosa” già esistente. Una parola nuova per un oggetto vecchio. Teatreducazione come invenzione linguistica? Questo sarebbe in effetti un modo per spazzare via, in un colpo solo, la storia di un movimento che riflette su se stesso e ricerca continuamente risposte agli interrogatici che si pone sul proprio “fare”. Presumere di andare avanti senza guardare alla propria storia sarebbe pernicioso per questo che noi crediamo sia da considerare un “movimento culturale”. I temi che Aglieco sollecita nel suo intervento sulla necessità di una ricerca diacronica dei motivi che hanno portato qui, ora, noi a fare i conti con un neologismo ci sono tutti. Sapendo anche che se siamo arrivati a fare i conti con un neologismo, qualcosa ci deve avere pure spinto a farlo: credo che questo “qualcosa” cominci ad avere una qualche forma: - la didattica zoppicante - la malattia dell’educazione - il teatro che entra a scuola “dimesso” - la pedagogia che entra a teatro e fa nascere appunto “le” pedagogie teatrali - ricerca e sperimentazione sulla e per la creatività in senso pieno - l’educazione delle arti a scuola e il loro rapporto con la creazione dello spettatore nuovo e consapevole Lo stesso intervento di Fabrizio Fiaschini sul concetto di laboratorio, mi pare che avda in questa direzione “diacronica”. Si sente la necessità di fare una storia che sia meno descrittiva, meno celebrativa di quelle che conosciamo. Forse teatreducazione “ (per dirla con Aglieco) contiene la volontà di “ribadire”, di confermare, da parte del teatro un suo ruolo non più “dimesso” all’interno delle agenzie educative. Teatreducazione vuole “scacciare il fantasma dell’indistinto” : certo, perché si è perduta la “distinzione” formativa del fare teatro nella società italiana di fine secolo; si è perduta ( o mai trovata o mai andata a compimento) la carica “educativa” della animazione teatrale degli anni Settanta. La crisi dello spettacolo dal vivo in Italia – con le polemiche sui tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo – ha dimostrato che esiste un limite certo a cui siamo davanti: il teatro non è più “educativo” nella pienezza socio-culturale del termine. E teatreducazione sta a dirci che è possibile superare questo limite: a patto di rileggere la propria storia senza paura di “leggervi” gli errori commessi, senza paura di cambiare il senso alle parole. Cambiare le parole senza cambiare senso…non serve. s.s. 27 novembre 2005 |