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Materiali
sulla materna
In due sezioni
di scuola materna di una frazione di Ancona (Marche) si è attivata
nell’ottobre scorso una esperienza di teatreducazione che è stata
denominata “Melomamma”.
Il titolo
richiama – per assonanza e non solo – il melodramma, nel senso che alle
insegnanti, ai bambini ed ai loro genitori è stato affidato il compito
di portare in scena, reinterpretato, “Il ratto del serraglio” di
Mozart.
Dopo il primo
approccio al progetto, che non ha avuto una riflessione teorica
organica, ne ha prodotti di testo che lo descrivano, le insegnanti si
sono mosse in modo autonomo, chiedendo poi successivamente una
collaborazione esterna.
A qualche
settimana dal debutto di quello che è stato definito un “dono teatrale”
(secondo una indicazione propria del teatreducazione) le insegnanti
(quattro) hanno incontrato un operatore esterno. Da questo incontro sono
emerse alcune questioni interessanti che qui di seguito diamo come
elementi di discussione.
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Le insegnanti sono entrate
in contatto con una nuova ansia performativa. Il dover uscire dalla
scuola con il prodotto finale (la recita) ha posto loro il problema
di entrare in un ruolo diverso. Si sono sentite ri-messe in gioco
come insegnanti-conduttrici di un progeto di forte visibilità
esterna (come se l’educazione non lo fosse di per sé, sempre e
comunque).
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E’ emerso un motivo di
preoccupazione: come rapportarsi con i genitori? Fino a che puinto
coinvolgerli, e come? E perché poi coinvolgerli in una attività che
sembrava all’inizio rientrare nella didattica ordinaria?
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Le insegnanti hanno posto
come problematico lo spazio scenico. “I bambini hanno bisogno di
abituarsi ad uno spazio nuovo”, hanno sostenuto. Come se ciò non
valesse anche per altre situazioni. Lo stesso setting educativo
d’aula dunque è sempre uguale a se stesso? Ma non ne risulta un
settino ripetitivo e non creativo?
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La questione
dell’apprendimento. Le insegnanti hanno ribadito, in puiù di una
occasione, come la ripetizione dei gesti, degli atteggiamenti etc.
sia elemento indispensabile per l’apprendimento. “Bisogna ripetere
spesso”, hanno detto. Ma non è forse la ripetizione un elemento del
piacere del fare? Il piacere non sta nel ripetere?
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Interessante la ricerca da
parte loro di competenze esterne, ma autorevoli. Chi è percò che
garantisce questa autorevole competenza? E quanto essa sta in
relazione con il loro bisogno di mantenere la propria autonomia? Il
nodo della questione sta nel capire bene quale relazione deve
guidare il rapporto tra l’autonomia dell’insegnante e l’esperto
teatrale. E poi: perché per il teatro e magari non per lo psicologo,
il pedagogista, il linguista, lo psicomotricista? Chi dovrebbe, in
sintesi, valutare se il rapporto tra educazione e teatralità è
corretto? E che cosa vuol dire correttezza in questo ambito? Lo
Sguardo Esterno si rivela essere a questo punto l’unico elemento di
novità, l’unico elemento in grado di avviare un processo di ricerca
sulla consapevolezza del fare.
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Ci si è resi conto che le
insegnanti non hanno maturato la capacità-competenza di trasformare
la parola in gesto-comportamento. In altri termini, si ripropone il
problema di mettere in relazione vera la parola con la corporeità,
facendo acquistare ad essa il senso vero della comunicazione
intrerpersonale e collettiva. Se la recita si trasforma in “dono
teatrale” questa competenza diventa necessaria.
Silvano
Sbarbati
25 aprile 2006 |