Materiali sulla materna 

In due sezioni di scuola materna di una frazione di Ancona (Marche) si è attivata nell’ottobre scorso una esperienza di teatreducazione che è stata denominata “Melomamma”.

Il titolo richiama – per assonanza e non solo – il melodramma, nel senso che alle insegnanti, ai bambini ed ai loro genitori è stato affidato il compito di portare in scena, reinterpretato, “Il ratto del serraglio” di Mozart. 

Dopo il primo approccio al progetto, che non ha avuto una riflessione teorica organica, ne ha prodotti di testo che lo descrivano, le insegnanti si sono mosse in modo autonomo, chiedendo poi successivamente una collaborazione esterna. 

A qualche settimana dal debutto di quello che è stato definito un “dono teatrale” (secondo una indicazione propria del teatreducazione) le insegnanti (quattro) hanno incontrato un operatore esterno. Da questo incontro sono emerse alcune questioni interessanti che qui di seguito diamo come elementi di discussione. 

  1. Le insegnanti sono entrate in contatto con una nuova ansia performativa. Il dover uscire dalla scuola con il prodotto finale (la recita) ha posto loro il problema di entrare in un ruolo diverso. Si sono sentite ri-messe in gioco come insegnanti-conduttrici di un progeto di forte visibilità esterna (come se l’educazione non lo fosse di per sé, sempre e comunque).

  2. E’ emerso un motivo di preoccupazione: come rapportarsi con i genitori? Fino a che puinto coinvolgerli, e come? E perché poi coinvolgerli in una attività che sembrava all’inizio rientrare nella didattica ordinaria?

  3. Le insegnanti hanno posto come problematico lo spazio scenico. “I bambini hanno bisogno di abituarsi ad uno spazio nuovo”, hanno sostenuto. Come se ciò non valesse anche per altre situazioni. Lo stesso setting educativo d’aula dunque è sempre uguale a se stesso? Ma non ne risulta un settino ripetitivo e non creativo?

  4. La questione dell’apprendimento. Le insegnanti hanno ribadito, in puiù di una occasione, come la ripetizione dei gesti, degli atteggiamenti etc. sia elemento indispensabile per l’apprendimento. “Bisogna ripetere spesso”, hanno detto. Ma non è forse la ripetizione un elemento del piacere del fare? Il piacere non sta nel ripetere?

  5. Interessante la ricerca da parte loro di competenze esterne, ma autorevoli. Chi è percò che garantisce questa autorevole competenza? E quanto essa sta in relazione con il loro bisogno di mantenere la propria autonomia? Il nodo della questione sta nel capire bene quale relazione deve guidare il rapporto tra l’autonomia dell’insegnante e l’esperto teatrale. E poi: perché per il teatro e magari non per lo psicologo, il pedagogista, il linguista, lo psicomotricista? Chi dovrebbe, in sintesi, valutare se il rapporto tra educazione e teatralità è corretto? E che cosa vuol dire correttezza in questo ambito? Lo Sguardo Esterno si rivela essere a questo punto l’unico elemento di novità, l’unico elemento in grado di avviare un processo di ricerca sulla consapevolezza del fare.

  6. Ci si è resi conto che le insegnanti non hanno maturato la capacità-competenza di trasformare la parola in gesto-comportamento. In altri termini, si ripropone il problema di mettere in relazione vera la parola con la corporeità, facendo acquistare ad essa il senso vero della comunicazione intrerpersonale e collettiva. Se la recita si trasforma in “dono teatrale” questa competenza diventa necessaria.

 

Silvano Sbarbati

 

25 aprile 2006