Pubblichiamo un intervento di Sebastiano Aglieco (Monza) che affronta il problema del neologismo, relativamente alla parola “teatreducazione”.

Un contributo particolarmente interessante in un momento di crescita veloce del movimento che, come una “evoluzione della specie”, si sta rivelando come un nuovo soggetto culturale: teatreducazione, appunto.

s.s.

 

 

Perché un neologismo?

 

Saper distinguere: ecco il carattere dell’intelligenza: distinguere è ordinare e anche, nella vita, preparare alla creazione (…) Allora si può ben dire che aiutare lo sviluppo dell’intelligenza è aiutare a ordinare le immagini della coscienza…” (Maria Montessori). Non per ultimo, nominare le cose vuol dire trovare il nome corrispondente. L’origine dei nomi ci rimanda alla radice profonda del loro essere nel mondo, della loro storia in un tempo e in un luogo ben precisi. Colpisce l’aderenza etimologica del nome alla cosa, alla sua radice. Il nome conferma, attesta l’esistenza. Il nome risveglia la cosa dal sonno della sua incoscienza. Se la creazione è un atto continuo, dare il nome è l’operazione  necessaria del conoscere le nuove forme, del portarle/presentarle, davanti alla Comunità.

  Neo/logismo. Il termine, dunque, rimanda a un’operazione complessa: coniare nuove parole. Ma perché immaginare nuove parole?  Così il vocabolario: “Termine che nella filosofia greca classica ha due significati, `pensiero' e `parola', che tuttavia si raccolgono in uno: il primo è infatti come un discorrere interiore secondo ragione, la seconda è l'espressione o manifestazione del pensiero, che in questo esprimersi si concreta.  (1990, Casa Editrice Felice Le Monnier S.p.A., Firenze). Dunque: l’attestazione della presenza di un nuovo oggetto è legata alla necessità di nominarlo formalmente, di stabilirne i limiti, di proclamare il suo statuto. Di verificarne il genere, gli attributi, il campo di influenza semantica; ma anche la sua ambiguità, la sua possibilità – intesa anche come rischio – di sconfinamento.

  Il termine “neologismo” è, paradossalmente, “un neologismo”. Se ne esaminiamo  la storia, ci rendiamo conto come i neologismi siano un fenomeno delle culture interessate da fenomeni di forte cambiamento dove la diffusione dell’informazione è molto rapida. Esiste, dunque, se questo è vero, un’urgenza, tutta contemporanea, legata all’atto del nominare; del separare per conoscere. Del creare nuovo senso per dare senso all’informe, all’eccesso di disordine. Una società così profondamente coinvolta in questa attività, è forse investita di una crisi, è forse interessata alla definizione di una propria identità. Ecco la potenzialità delle nuove parole: immaginare nuovi orizzonti, attraverso un’operazione che passi dalla constatazione di un vissuto precario, dalla nebulosità di un orizzonte in cui parliamo per sentito dire, e, nel sentito dire, dimentichiamo.

 

                                                                  Sebastiano Aglieco