Una mutazione ed un mutante
La parola – un neologismo – “teatreducazione” è ancora di genere maschile. Il lemma teatro precede il lemma educazione e questo significa che il teatro precede l’educazione? Genere maschile e non genere femminile: che cosa vuol dire? Precedere significa essere “venire prima” per importanza o per accidente linguistico? Vale la pena ricordare che educazioneteatro non avrebbe alcun significato se non arricchita (anche questo è ribadire…) come “educazione al teatro”, “educazione per il teatro”, “educazione con il teatro”…
Teatreducazione è un neologismo e in quanto tale ha bisogno di essere ribadito, come un atto sociale “primitivo”. Si vorrebbe scacciare il fantasma dell’indistinto, il quale comunque ha già alcuni risultati attraverso un certo tipo di riflessione teorico-pratica. C’il fare del progetto culturale e il fare del laboratorio teatrale, della rassegna di teatreducazione, dello spettacolo di teatro della scuola.
Proverei ad occuparmi delle due “cose importanti” che Aglieco individua nella parola Teatreducazione. Soprattutto nella seconda: che il lemma teatro precede il lemma educazione. Questo avviene, credo, perché – guardando alla storia – è stato il teatro a muoversi per primo, ad entrare nei luoghi della educazione. In questo senso “precede”, ovvero arriva prima all’incontro. E qui sarebbe interessante capire come questo muoversi verso il mondo della educazione abbia o non abbia subito trasformazioni (“mutazioni”). Il teatro ha voluto entrare a scuola, ma è anche vero che la scuola – l’educazione in senso lato – si è a suo modo attrezzata per accoglierlo. Come si sia attrezzata ce lo dice Aglieco: “trasformando in strumento il teatro”. Teatro utile ad aiutare una didattica forse ormai non più adeguata, una “didattica zoppicante” (Aglieco).
Quindi il teatro in realtà precede la educazione nella nuova parola, ma nei fatti, nell’incontro in aula, è la educazione che viene prima, che accoglie nel proprio senso, strumentalmente, il teatro. E dunque c’è una specie di contraddizione: questo “maschile teatro” che si mette davanti alla “femminile educazione” lo fa forse in virtù del proprio bisogno di “ribadirsi”, di confermarsi, di scacciare il rischio di essere considerato “indistinto”. Senza distinzione può forse voler significare una mancata accoglienza, un mancato rapporto alla pari. Ed ecco qua che quel “maschio teatro”, mettendosi davanti, nel nuovo lemma, attesta ancora una volta – per l’ultima volta – il problema della sua accettazione nel luogo (non solo fisico) della educazione. Qui la novità del neologismo: non più una educazione a…per…con ma una fusione totale dei due elementi, che dovrebbero-vorrebbero acquistare la pura dignità degli uguali per sostanza e valore. Il teatro ha più bisogno di ribadirsi: il teatro lo fa unendosi alla educazione nel modo più realistico: cedendo la sua ultima vocale per impadronirsi della prima della parola educazione. Aglieco – in questa terra di confine, in questo inquieto limes teorico – ha ragione che la parola teatreducazione andrebbe sostituita con una metafora. Una nuova parola che contenga in modo distinto il “fantasma indistinto” che si vuole evidenziare con il neologismo “teatreducazione”. Ma serve una parola-metafora? Oppure vale la pena di considerare “teatreducazione” un lemma ermafrodita?
“Teatreducazione” nella società del secolo presente può forse valere come un movimento che attraversa tutti i teatri (modelli) e tutte le educazioni (modelli) rimettendo in gioco la relazione della persona con se stessa attraverso le dinamiche di gruppo. Per questo teatreducazione entra a scuola, entra nella terapia, entra nella interculturalità, entra nella comunità, entra nel disagio, etc,etc. consapevole di essere il prodotto di una storia di incontri, più che di incontro al singolare. Incontri di pedagogie, di estetiche, di mercati del lavoro, di obiettivi sociali, di obiettivi politici…incontri di arti differenti. “Teatreducazione” è insieme una mutazione ed un mutante. E qui sì ho potuto far precedere il femminile in quanto contiene – come processo – il suo frutto.
Silvano Sbarbati
30 dicembre 2005
|